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La democrazia muore nelle tenebre

Il Washington Post di Jeff Bezos ha licenziato 300 persone. La crisi della carta stampata, però, non è un fenomeno solo americano

Ancona, 28 febbraio 2026 – Democracy dies in darkness c’è scritto sotto la testata del Washington Post, considerato uno dei più autorevoli, se non il più autorevole in assoluto, tra i quotidiani americani, e cioè: la democrazia muore nelle tenebre.

Il Washington Post è, e rimarrà per sempre, nella storia del giornalismo e della libertà di stampa anche grazie a Bob Woodward e Carl Bernstein, due grandissimi giornalisti d’inchiesta, che negli anni ’70 portarono alla luce lo scandalo Watergate che, nel 1974, costrinse l’allora presidente Richard Nixon alle dimissioni e valse al giornale un Premio Pulitzer. Il regista Alan J. Pakula dalla vicenda trasse un film straordinario, Tutti gli uomini del presidente, con Dustin Hoffman e Robert Redford, pellicola che vinse ben 4 Premi Oscar.

Il Washington Post, nel 2013, è stato acquisito da Jeff Bezos, proprietario di Amazon e recentemente assurto anche agli onori delle cronache in Italia per il suo matrimonio cafone in quel di Venezia. Bezos ha pagato il giornale 250 milioni di dollari, la metà, tanto per dire, di quanto ha speso per il Koru, uno dei suoi yacht: di 125,8 metri (per rimanere in tema di cafonaggine).

A inizio febbraio il tycoon ha annunciato il licenziamento di 300 persone, più di in terzo del totale della redazione. Intere sezioni del quotidiano sono state chiuse, compreso lo sport e addirittura quella dei libri, in una specie di legge del contrappasso se si pensa che Bezos deve buona parte delle sue fortune alla vendita di libri online. Cronisti, redattori, inviati, alcuni Premi Pulitzer addirittura, licenziati in tronco con una asettica mail. L’inviata Lizzie Johnson ha addirittura ricevuto comunicazione dell’avvenuto licenziamento, sempre via mail, mentre si trovava sul fronte di guerra in Ucraina.

David Remnick

David Remnick, il grande giornalista premio Pulitzer nel 1994, che aveva lavorato al Washington Post per dieci anni, dalle colonne del New Yorker, di cui è direttore dal 1998, ha voluto parafrasare la dicitura che compare in prima pagina nel quotidiano della capitale, ha infatti scritto: «La democrazia muore alla luce del giorno». Aggiungendo poi: «Mi sento come qualcuno costretto a guardare un piromane incendiare la casa in cui è cresciuto». Non si tratta, si badi bene, solo di sentimentalismo. Troppo facile. Il sospetto di molti (Remnick compreso), che è qualcosa di molto più di un sospetto, è che Jeff Bezos voglia distruggere la creatura che comprò nel 2013 per una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di Donald Trump, che ha sempre odiato il quotidiano di Washington. Bezos, tra le altre cose, ha anche finanziato e prodotto, sicuramente non per caso, con 75 milioni di dollari il penoso documentario Melania, sulla first lady americana, che è già entrato nella leggenda per il flop di pubblico che è stato. Puntuale, di lì a poco, manco a dirlo, è arrivata la nuova legge fiscale di Trump che ha permesso a Amazon di risparmiare diversi miliardi di tasse.

Ashley Parker

Ashley Parker, anche lei in passato ha lavorato al Washington Post, sull’autorevole mensile The Atlantic ha parlato, non a caso, addirittura di omicidio perpetrato ai danni quotidiano della capitale. Mentre Martin Baron, che aveva diretto il WP per 10 anni fino al 2021, non si è limitato a parlare di uno dei momenti più bui nella storia del giornale, criticando fortemente le più recenti scelte della proprietà, ma ha definito la vicenda «un caso da manuale di autodistruzione quasi istantanea».

Il 5 febbraio, in K street, davanti al palazzo che ospita la sede del quotidiano, centinaia di giornalisti e lettori si sono riuniti per una manifestazione di protesta, ma puramente simbolica visto che Bezos non ha certo nessuna intenzione di tornare sui suoi passi.

La verità è che il nuovo motto del WP, e di tanti altri quotidiani cartacei, se non tutti, sembrerebbe essere ormai diventato «fare di più con meno». Ma la storia dimostra che dalle crisi non si esce in questo modo, visto che quando cominciano i tagli raramente la situazione migliora. Sta lì a dimostrarlo, ad esempio, il New York Times, che è uscito da poco da una crisi rafforzando la redazione.

Jeff Bezos, d’altronde, non avrebbe certo problemi di soldi. Ha un capitale personale di 245 miliardi di dollari e per coprire le perdite annuali del giornale gli basterebbe quello che guadagna in un singolo giorno.

La crisi della carta stampata, plasticamente rappresentata dalle vicissitudini del Washington Post, è una crisi globale. I fattori strutturali sono ormai noti e includono la perdita di entrate pubblicitarie, a favore di piattaforme digitali come Google e Meta, la riduzione drastica degli abbonamenti tradizionali, le difficoltà a monetizzare i contenuti online, la ridefinizione del consumo delle notizie con un pubblico sempre più spostato verso i social media.

Anche da noi, qui in Italia, la situazione non è sicuramente delle migliori. I quotidiani, soprattutto cartacei, sono in costante calo di vendite. Per non parlare della moria delle edicole, che un tempo potevano considerarsi autentici punti di socialità, anche fisica. Il tutto, sembrerebbe, nel disinteresse più assoluto dei partiti e della politica.

Anzi, nel recente decreto Milleproroghe è addirittura saltato un emendamento (bipartisan) che prevedeva il credito d’imposta, nel triennio 2026-2028, alle aziende editoriali per l’acquisto della carta. Non c’è copertura finanziaria, la motivazione.

Daniele Manca, vicedirettore del Corriere della Sera, venerdì 20 febbraio ha scritto a tale proposito un bell’articolo dove, senza mezzi termini, dice: «Lo schiaffo brucia ancor di più perché a parole il governo e la maggioranza non fanno che richiamare giornali, giornalisti e mondo dei media a una sempre maggiore responsabilità nel loro lavoro. Alla necessità di una informazione libera quanto accurata, forte nel contrastare la deriva social. Di colpo tutto ciò si è trasformato soltanto in chiacchiere. (…) L’informazione forte e di qualità diventa un qualcosa di non più necessario. Altro che pilastro della democrazia. A essere favorite, consapevolmente o meno poco importa, sono quelle news usa e getta che spingono i cittadini a schierarsi più che a comprendere la natura delle questioni. (…) Si è scelto di togliere ossigeno a un intero settore che si è speso e si sta spendendo per alimentare qualcosa di immateriale certo, di poco visibile sicuramente, ma che è alla base di ogni comunità democratica: un’informazione all’altezza di un Paese, che si vuole tra i grandi del mondo». Parole durissime, che testimoniano come l’eco di certi atteggiamenti arrivi forte anche qui da noi.

Oltre al danno, poi, c’è anche la beffa. Proprio nel 2026, infatti, si celebrano importanti anniversari per tre tra i più autorevoli quotidiani italiani: 30 anni Il Foglio, 50 anni per La Repubblica (di cui abbiamo già scritto qui) e, infine, i 150 anni del Corriere della sera, dei quali scriveremo presto.

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