31 Mag Silvia, la desaparecida che un giorno riapparve
La chiamata, il libro di Leila Guerriero che racconta la storia di Silvia Labayru
Ancona – 31 maggio 2025 – Qui da noi, in Italia, c’è sempre stata un’idea un po’ approssimativa di cosa sia successo veramente in Argentina, a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, durante il regime sanguinario del generale Jorge Rafael Videla. Le torture inenarrabili agli oppositori del regime, la loro scomparsa, che nella maggior parte dei casi significava l’uccisione, e poi le madri e le nonne di Plaza de Mayo, e i corpi dei prigionieri politici gettati nudi nell’Oceano Atlantico, al largo del Rio de la Plata, dagli aerei militari in volo notturno.
Nel 2009, il regista Stefano Incerti lo aveva raccontato in un bel film, Complici del silenzio, con Alessio Boni e Giuseppe Battiston, che però videro in pochi.
Insomma, l’Argentina di Videla rimane ancora oggi per molti una pagina tanto infamante quanto oscura della nostra storia recente, quella del ventesimo secolo.

Leila Guerriero La chiamata. Storia di una donna argentina
La chiamata. Storia di una donna argentina di Leila Guerriero, edito da SUR nella impeccabile traduzione di Maria Nicola, è uno dei libri fondamentali, e da leggere assolutamente, se si vuol capire cosa è realmente accaduto.
Leila Guerriero è una giornalista argentina che scrive per testate come El Pais, la Nacion e Rolling Stone. Nel 2010 ha vinto il premio della Fondazione Gabriel Garcia Marquez per il Nuovo Giornalismo iberoamericano. Appartiene a una razza che forse è ormai in via d’estinzione: quella di chi fa giornalismo d’inchiesta, e lo fa per davvero.
In Italia sono già usciti altri suoi due libri, Suicidi in capo al mondo (Marcos y Marcos, 2007) e Una storia semplice (Feltrinelli, 2014). La benemerita SUR, di Marco Cassini, manda adesso in libreria questo La chiamata, che è già stato un caso editoriale in Spagna dove ha avuto 13 edizioni e venduto più di 50.000 copie. Nominato il miglior libro dell’anno per i critici del quotidiano El Pais e i cui diritti sono stati opzionati niente di meno che da Pedro Almodovar. Lo scrittore argentino Rodrigo Fresan ha addirittura paragonato La chiamata al leggendario A sangue freddo di Truman Capote, forse perché, del grande scrittore americano, Leila Guerriero ha la stessa capacità di creare intimità con chi legge e con il soggetto di cui scrive senza mai cedere a nessun tipo di sentimentalismo. Questo grazie a una ricetta molto semplice e, al contempo, infallibile: parlare chiaro, guardare il soggetto negli occhi e diventare lei stessa parte integrante della storia, il tutto con una scrittura a dir poco perfetta.
La chiamata ci racconta di Silvia Labayru, ventenne argentina di buona famiglia, figlia di un ex militare, poi pilota dell’aeronautica, e di una madre a dir poco eccentrica. Silvia frequenta le migliori scuole, è una ragazza ribelle per natura e, inevitabilmente, si avvicina alla politica, nello specifico al Movimento Peronista Montonero meglio conosciuto come Montoneros: l’organizzazione guerrigliera che si opponeva al regime di Videla. Proprio per questo verrà arrestata e finirà alla Escuela de Mecanica de la Armada, la temibile e famigerata ESMA, in Avenida del Libertador 8151, a Buenos Aires (dal 2004 è diventato Museo della Memoria: Espacio para la Memoria y para la Promocion y Defensa de los Derechos Humanos, e Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2023).

Ingresso del Museo Sitio de Memoria ESMA a Buenos Aires, ex centro di detenzione e tortura durante la dittatura militare. Foto di Camilo Del Cerro, da Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0 (ritagliata)
Nei diciotto mesi di permanenza all’interno del centro di detenzione viene torturata (tra gli altri con la tristemente nota picana) e stuprata dai militari. Silvia, al momento dell’arresto, è incinta di sei mesi e, di norma, i figli delle madri detenute vengono assegnati ai militari e le donne uccise. Negli anni a venire, una volta caduto definitivamente il regime nel 1983, le famiglie non hanno mai smesso di cercare quei bambini cresciuti dai carnefici delle loro madri. Si parla di centinaia di bambini che sono stati sottratti alla loro identità.
Nel caso di Silvia Labayru, però, le cose sono andate diversamente: lei non solo è sopravvissuta, ma poi è stata liberata e con lei anche la figlia Vera, partorita all’interno dell’ESMA. Inizia da qui, dalla loro liberazione, la seconda vita di Silvia. Come molti suoi compagni di lotta sceglie l’esilio di Madrid. Ma, una volta in Spagna, ecco che iniziano, da parte degli altri esuli, le diffidenze e i sospetti, cui fa seguito l’immancabile emarginazione. Di più, perché la Labayru viene considerata, a tutti gli effetti, traditrice e puttana. Non si fida nessuno di una che è stata liberata. Le domande ricorrenti sono sempre le stesse: come ha fatto a sopravvivere alla ESMA? O meglio: perché?
La nostra protagonista, ancora oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, ci fa i conti tutti i giorni con il sospetto di collaborazionismo, che è poi diventato di fatto una condanna, addirittura uno stigma. E questo nonostante la sue testimonianze fondamentali, in tutti i tribunali del mondo e anche alle Nazioni Unite, nei processi per violenze sessuali commesse all’interno dei centri di detenzione clandestini.
La grande abilità giornalistica e autoriale di Leila Guerriero sta dunque nel raccontare Silvia non facendone l’agiografia, ma basandosi sul frutto di decine di incontri, mail e telefonate intercorse tra loro due. Ci sono tutte le difficoltà del caso provocate dalla iniziale diffidenza, ma ci sono anche momenti di grande empatia con confessioni letteralmente a cuore aperto. Il libro diventa così anche il racconto delle violenze e delle umiliazioni di cui i dissidenti venivano fatti oggetto e, volendo, anche una disamina lucida di quella rivoluzione che non si compì mai del tutto. L’Argentina, in definitiva, appare in questo libro come una nazione per cui il cammino verso l’accettazione del passato sembra ancora lungo.
L’autrice però, questo un altro suo grande merito, sembra non porsi mai la domanda Chi è stata davvero Silvia?, non è questa verità oggettiva che le interessa. No, quell’oggettività lì non esiste, esistono le ripetizioni ossessive, i silenzi, i dettagli banali. Esiste, soprattutto, il rapporto contraddittorio e umanissimo che con Silvia riesce a stabilire. Esistono poi, anche, le parole degli altri, quelli che Silvia l’hanno conosciuta, amata, desiderata, ma anche di chi non le ha mai creduto e l’ha odiata, addirittura. Tutti intervistati nelle pagine del libro e di tutti loro la giornalista argentina accoglie la memoria.
Leila Guerriero riesce, in pratica, nell’impresa di trattare un argomento così delicato senza addentrarsi mai in quella logica, duplice e manichea, che è tipica di altri che si sono occupati di questo tema. Senza per questo tralasciare mai la dimensione dell’orrore, quella umana soprattutto, che il passare del tempo, anzi, contribuisce a rendere più viva, pur se contradittoria e scomoda.
E quando si arriva in fondo, finito di leggere il libro, sembrano incombere alcune domande cruciali. Come ci comporteremmo noi in condizioni di privazione della libertà? Non essere votati al martirio è per forza una colpa? E, sopra tutte le altre, cosa saremmo disposti a fare per salvare la nostra vita e quella di un figlio? Domande a cui, fatalmente, toccherà a noi dare una risposta.
La chiamata è un libro non solo da leggere e da studiare, ma anche da ascoltare, una non-fiction letteraria davvero splendida. Uno dei capolavori di questo millennio.











