22 Set Salvatore Schillaci
La meteora che per un’estate (italiana) diventò eroe nazionale e ci restò per sempre
Ancona, 22 settembre 2024 – Basta poco, ad alcuni uomini, per poter essere ricordati per sempre.
A Salvatore Totò Schillaci, centravanti, che ci ha lasciato mercoledì 18 settembre dopo una lunga malattia, sono bastati 6 gol: davvero pochi per uno che di mestiere faceva l’attaccante.
Al di fuori di tutta la retorica che, soprattutto ai tempi di Instagram, inevitabilmente vien fuori quando muore qualcuno, tanto più se ancora troppo giovane, la verità è che il mondo del calcio ha sempre snobbato Totò Schillaci.
La Juventus, che insieme alla Nazionale è la squadra a cui è più legato il suo ricordo, ha laconicamente commentato sui social: Ciao Totò.
Un po’ più prodighi, magari, sono stati i suoi compagni di squadra di quell’avventura, in parte sciagurata, che sono stati i mondiali di Italia ’90, quelli delle notti magiche inseguendo un gol.
Perché poi è solo in quell’estate (italiana) che la stella di Schillaci si è accesa, per poi spegnersi troppo velocemente.
Schillaci, dopo una stagione esaltante da capocannoniere in serie B col Messina, fu acquistato dalla Juventus nel 1989. Allenatore quell’anno era un’autentica leggenda bianconera come Dino Zoff. Totò si conquistò subito un posto da titolare che ripagò con 15 reti, vincendo anche una Coppa Uefa e una Coppa Italia. Ma, tutto sommato, furono periodi di magra per gli juventini, quelli.
E sì, perché erano gli anni del Napoli di Maradona, del Milan del trio olandese Rijkaard, Gullit e van Basten, dell’Inter dei tedeschi Breheme, Matthaus e Klinsmann (e allenata dal grande Giovanni Trapattoni).

Italia vs Austria -Italia 90
Eppure, Azeglio Vicini, ct della Nazionale, decise di convocare Schillaci per i mondiali di Italia ’90.
Da panchinaro, si intende. Aveva davanti campioni del calibro di Andrea Carnevale e, soprattutto, Gianluca Vialli.
Il resto della storia lo conosciamo tutti. Subito in gol, subentrando dalla panchina, alla partita di esordio con l’Austria. Il posto da titolare quasi a furor di popolo, poi altre 5 reti in sequenza con Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, nella sciagurata semifinale con l’Argentina e nella finalina di consolazione contro l’Inghilterra, che gli valsero il titolo di capocannoniere del torneo.
Totò divenne, allora, nell’arco di sei partite, un autentico eroe nazionale.
E chi se li dimentica più quegli occhi spalancati. Quasi non ci credesse neanche lui stesso a quel che stava accadendo.
Ma succede tante volte, ne è piena la storia del calcio, che nelle carriere degli attaccanti ci siano periodi in cui li trovi sempre al posto giusto al momento giusto: basta che tocchino la palla e quella finisce in rete.
E forse in quell’estate italiana è andata proprio così. Perché poi, come in tutte le cose, la vera difficoltà sta nel sapersi ripetere. E Totò non seppe farlo. Non ci riuscì proprio a sostenere tutto quel peso. Così, la parabola del ragazzo siciliano venuto dal CEP di Palermo e diventato eroe nazionale durò il tempo di un Mondiale.
Solo 11 gol in tutto nei due campionati di serie A successivi, con la maglia della Juve. Un dimenticabilissimo passaggio all’Inter, dove in due anni racimolò 30 presenze e 11 gol. E poi primo italiano ad andare a giocare nel campionato di calcio giapponese, allo Jubilo Iwata, dove invece segnò 58 reti in tre anni di permanenza.
Dopo di che, almeno calcisticamente, l’oblio. E sì, perché poi di lui si parlò più nei giornali di gossip che non in quelli sportivi.
Un primo matrimonio molto tormentato. La candidatura a Palermo, come consigliere comunale, nelle liste di Forza Italia. Qualche cameo in film di serie B. E poi la (triste) partecipazione a diversi reality show.
E proprio durante Pechino Express, cui partecipò nel 2023, parlò per la prima volta della malattia che l’aveva colpito, un cancro al colon. Ma, in questo profluvio di notizie che quotidianamente ormai ci bombardano, la cosa è passata quasi inosservata e, comunque, ce ne siamo dimenticati tutti molto in fretta.
Fino all’altro giorno. Il ricovero in ospedale in condizione disperate, l’apparente lieve miglioramento, il riaggravarsi e poi mercoledì la notizia della morte.
Il mondo del calcio non ha mai amato Totò Schillaci. L’ha sempre vissuto quasi come un intruso. Non l’hanno amato alla Juventus, dove lo ritenevano non adatto a un presunto blasone. La stessa squadra che aveva pur idolatrato, in anni passati, il suo conterraneo Pietro Anastasi.
Per non parlare dell’Inter, nemmeno si ricordano che sia passato anche di lì. E, paradossalmente, non l’ha molto amato neanche la Nazionale, dove poi alla fine ha collezionato solo 16 presenze.
L’ha amato però la gente comune, Totò Schillaci, l’abbiamo amato tutti noi in quelle notti magiche. Perché i gol non li inseguiva solo, Totò, no, lui i gol li segnava davvero, anche senza essere un fuoriclasse.
L’abbiamo amato, perché non ammetterlo, anche un po’ per egoismo. Perché di lui ci rimarrà, soprattutto, lo stupore che c’era in quegli occhi spiritati, l’incredulità di essere arrivato lassù, in alto.
E già, questo ci ha fatto credere Totò: un giorno, prima o poi, potrebbe succedere a tutti. Magari, anche a noi.











