09 Nov I miserabili del Quartiere Latino
Max De Paz, ventitreenne autore francese, pubblica Mendicare dove ci racconta l’inferno del vivere in strada
Ancona, 9 novembre 2025 – Parigi, rive gauche, Quartiere Latino: il Pantheon, Le Jardin de Luxembourg, Boulevard Saint Germain e poi La Sorbonne, L’Ecole Normale Superieure, i resti romani.

Mendicare di Max de Paz
Scordatevi però la Parigi dei bei tempi andati quando eravamo molto poveri e molto felici, di hemingwayana memoria. Anche se molte delle ambientazioni sono poi le stesse di Festa mobile, il capolavoro postumo di Ernest Hemingway, non c’è traccia di felicità in Mendicare, opera prima del giovanissimo Max De Paz (è nato nel 2002). Uscito in Francia nel 2024 per le edizioni Gallimard e pubblicato adesso in Italia da nottetempo, nella bella traduzione di Annalisa Romani.
Diciamolo subito: questo non è un memoir, nemmeno autofiction, De Paz si è laureato in filosofia e scienze sociali all’Ecole Normale, no, qui si tratta di finzione allo stato puro. Il che non fa che aggiungere valore al libro. L’autore usa il monologo e lo fa alternando la dolcezza alla disperazione, ma senza indulgere mai al sentimentalismo facile. Una scrittura che arriva dritta, in una sequenza di capitoli brevi, serrati. La voce che ci parla è quella di un ventenne con alle spalle una storia familiare complicata quanto emblematica: un fratello alcolista e tossicodipendente, ufficiali giudiziari che arrivano a intimare lo sfratto perché la madre, con i suoi lavoretti precari, non riesce più a pagare l’affitto della casa popolare a Ivry, periferia sud est di Parigi.
Si ritrova così, da un giorno all’altro, con in mano un fagotto di stracci e nient’altro a vivere per strada. «Così ho finito per appoggiare il culo a terra. Poi le gambe, la spalla, la guancia». Un barbone, insomma. E ci tiene a rimarcarlo: «Preferisco dire le cose come stanno. (…) non c’è bisogno di nascondersi dietro parole più tenere tipo senza fissa dimora».
Chiede l’elemosina nel cuore del Quinto arrondissement, a Rue Mouffetard, la strada che sale verso Place de la Contrescarpe, uno dei luoghi più turistici e quindi più frequentati e fotografati di Parigi. Ormai quasi solo negozi che per lo più vendono gadgets e locali che offrono scadente street food, prevalentemente greco o sudamericano. Per dormire, invece, si è ritagliato un posto in rue St. Jacques, a pochi passi dalla Sorbona, e il mattino viene regolarmente svegliato dagli studenti che gli passano accanto, o addirittura lo scavalcano, senza neanche degnarlo di un’occhiata.
Ha per saltuari compagni di sventura Tamàs, un rom il cui aspetto incute decisamente timore, Moussa, un ragazzo di colore senegalese che invece sorride sempre e ancora il vecchio Philippe, che è sulla strada da un tempo indefinito, staziona regolarmente davanti al Pantheon, e si è meritato addirittura l’ammirazione dei residenti nel quartiere perché è sempre intento a leggere libri (ma sono sempre gli stessi due o tre e oramai li ha mandati a memoria), cioè di quei borghesi che pensano con una moneta di potersi ripulire la coscienza.
Ci sono, in questo romanzo di De Paz, pagine intensissime su quel che significa vivere, ma potremmo dire più realisticamente sopravvivere, per un clochard in quella che è forse la Parigi più bella, più conosciuta e più raccontata nei libri, ma dove ormai il lusso e la storia coesistono tranquillamente con la povertà invisibile.
Il protagonista ci racconta come sfuggire al caldo dell’estate, che in certi periodi diventa letteralmente soffocante e insopportabile. O, ancor peggio, l’avvento dell’autunno, prima, e dell’inverno poi. E i problemi che comporta il freddo lancinante, insostenibile. La ricerca continua di un po’ di caldo, come quello che danno i condotti di calore della metropolitana, oppure i cartoni delle merci da raccattare a Place Monge, nei giorni di mercato, per non dormire proprio sul marciapiede nudo e crudo, «dove pisciano i ratti».
In una pagina, respingente ma al contempo bellissima, lo vediamo alla ricerca di qualcosa di commestibile dentro i bidoni della spazzatura tra liquami e rimasugli di cibo putrescenti. Quando, alla fine, trova un avanzo di patate fritte se le divora avidamente.

Si diventa cinici giocoforza quando si vive così. Eppure, il pensiero del protagonista non fa altro che tornare alla madre, di cui non sa più nulla, e non riesce a farsene una ragione, o all’amatissimo fratello Jonas di cui indossa, dal primo giorno di vita in strada, una felpa celeste che nel frattempo è diventata puzzolente e di un colore indefinibile, tanto è sporca, ma che per lui continua a rappresentare quasi un feticcio.
Tutto questo in un susseguirsi di giorni e ancora giorni, alcuni migliori, quando una gaufre al cioccolato può sembrare qualcosa di simile alla gioia, altri peggiori, in cui si sente solo l’abbruttimento che provoca tutta quella miseria.
«Lo so, io, che l’elemosina è un tunnel infinito, un ciclo infernale. So che le monete ci comprano la calma, che non c’è ciotola più grande per un cane docile di un barattolo pieno di spiccioli. Ma si dà il caso che crepo di fame. Ho fame, ho freddo, sono solo: un trio maledetto che, dalla notte dei tempi, trascina con violenza i senzatetto del mondo nella trappola di questo cerimoniale, il gioco della monetina che passa ogni giorno di mano pulita in mano sporca, e che lega fatalmente il destino del mio culo a quello del marciapiede», questa, a un certo punto, sembra la definitiva resa del protagonista.

Finché, un bel giorno, ecco che non sarà più solo. Incontra infatti quello che sembra, apparentemente, solo un mucchio di cappotti informe con la testa rasata ed è invece Elise, una barbona anche lei, costretta a travestirsi da uomo per salvarsi dalla crudeltà della vita per strada. Nel volgere di poco, Elise, si trasforma in qualcosa di luminoso e di caldo, qualcosa che potrebbe assomigliare tanto all’amore. E sarà proprio con lei che forse riuscirà a spezzare quel ciclo infernale. Può darsi, allora, che troverà la voglia di combattere per «trovare un po’ di vita in questo gran bordello, insieme». Non ci sarà dato di saperlo, perché nel finale del romanzo a questo si allude soltanto. Ma se ci sarà salvezza, questo invece lo sappiamo, non sarà certamente una salvezza facile.
Questo è un libro che ci parla dell’oggi, e lo fa impastando le parole tenere e ingenue di un ragazzo di vent’anni che ha però la consapevolezza dura dell’emarginato. E si apre con una dedica: «A Gilou, portato via dal freddo il 14 febbraio 2023 in piazza Flora-Tristan, a Parigi». Perché Mendicare, senza trucchi o fronzoli, è l’atto di accusa a questa società, la nostra, che diventa sempre più povera, sempre più incerta, dove la gente muore di freddo, stesa su un cartone bisunto, sotto le finestre delle case vuote, a Parigi.











