22 Mar Con la cultura non si mangia
Un libro autobiografico dello scrittore francese Franck Courtès, "La mattina scrivo", e il bel film che Valerie Donzelli ne ha tratto riaprono l’annoso dibattito sul lavoro culturale
Ancona, 22 marzo 2026 – Era il 1957 quando Feltrinelli pubblicava il romanzo d’esordio di Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale. Lo scrittore grossetano, che di lì poco avrebbe pubblicato il suo capolavoro La vita agra, in Feltrinelli ci aveva anche lavorato e ne era stato licenziato. Il lavoro culturale è uno di quei titoli che oggi chiameremmo pamphlet, può infatti leggersi anche come un saggio. Il libro ripercorre le tappe della formazione di un giovane scrittore tra l’immediato dopoguerra e gli anni cinquanta. L’autore, per averli vissuti direttamente, sperimentò gli entusiasmi e poi le delusioni che segnarono quella generazione e seppe cogliere i tic e le manie di un ambiente, come quello intellettuale, senza però mai farsi prendere dalla tentazione di cadere nel moralismo.

La mattina scrivo – Franck Courtès
Adesso, lo scrittore francese Franck Courtès, di cui la casa editrice Playground ha da poco mandato in libreria La mattina scrivo, ripropone a distanza di quasi settant’anni l’annosa questione del lavoro culturale, intellettuale, contestualizzandola all’oggi.
Courtès, già fotografo di successo, ormai più che quarantenne, decide di abbandonare la sicurezza del suo mestiere per dedicarsi alla letteratura, ritenendo di poter esprimere così più liberamente il proprio temperamento artistico. A causa della sua scelta però si ritrova, nel volgere di poco, praticamente povero, senza quasi più entrate, con una ex moglie e due figli adolescenti da mantenere. Le royalties che annualmente gli riconosce il suo editore, divise per dodici, ammontano a poche centinaia di euro al mese, ma così poche da potersi contare sulle dita di una mano. Si vede così costretto a ridimensionare drasticamente il proprio tenore di vita. Deve ben presto lasciare il suo bell’appartamento per finire praticamente ospite in un monolocale di famiglia e qui, quasi subito, deve cominciare anche a razionare il riscaldamento, l’elettricità e, soprattutto, il cibo. Alla sua età, si rende conto, non c’è possibilità di trovare un lavoro part time che gli permetta di scrivere.

La mattina scrivo film di Valérie Donzelli
«Non so nemmeno come si cerca un lavoro. Mi sento come una di quelle bestie dello zoo che, abbandonate nella natura selvaggia, non sanno come procacciarsi il cibo», dice a un certo punto (Il titolo originale del libro, infatti, è A pied d’oeuvre, letteralmente Al lavoro). Si deve adattare, quindi, ad accettare piccoli lavori da tuttofare su una piattaforma online: montaggio e smontaggio mobili, pulizie vetri, giardinaggio, smaltimento calcinacci, addirittura tassista semiabusivo. Lavori che lo faranno venire a conoscenza delle persone più disparate. Di queste esistenze, Courtès, si fa osservatore con acutezza, ironia e, a volte, anche tenerezza. Ce lo racconta, per di più, con una scrittura mai autocompiaciuta, mai tendente al patetico.
L’autore, al contempo, entra però in contatto con quello che è oggi il mondo dei nuovi poveri. Gente costretta a cercare di aggiudicarsi un lavoretto con compensi stabiliti in affollate aste al ribasso. Lavoretti finiti i quali, poi, ci si deve sottoporre alle capricciose valutazioni dei clienti, fondamentali però per le future entrate. Fino a che, un bel giorno, la piattaforma ti chiede di pagare (100 euro al mese) per poterne avere l’accesso. Un meccanismo cinicamente perfetto, che mette tutti contro tutti evitando così qualsiasi tipo di reciproca solidarietà o qual si voglia forma di organizzazione per eventuali rivendicazioni.

La mattina scrivo film di Valérie Donzelli
Dal libro ha tratto un bel film la regista, attrice e sceneggiatrice francese Valerie Donzelli, interpretato dal bravo Bastien Bouillon. Presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2025, ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Esce nelle sale italiane proprio in questi giorni.
Un libro e un film, quindi, in qualche modo anche molto politici, che soprattutto stimolano il pensiero e alimentano la discussione.
Non per niente, nei mesi scorsi, lo scrittore milanese Jonathan Bazzi aveva riportato alla luce la questione, qui da noi, del lavoro culturale, intellettuale malpagato, nella migliore delle ipotesi pagato con grande ritardo e, comunque, in generale, molto svalutato. E lo aveva fatto, provocatoriamente, pubblicando su Instagram il suo bilancio economico mensile (entrate +35 euro, uscite – 997.07 euro). Tenuto anche conto del fatto che poi in Francia il mestiere di scrittore, ovvero il vivere della propria scrittura, è comunque potenzialmente possibile: c’è un mercato editoriale molto ampio, una rete distributiva molto efficiente, un peso specifico delle librerie nel supportare editori e autori, e in generale a chi scrive viene riconosciuto uno status. In Italia, lo sa bene chi lavora nell’ambito culturale come Bazzi, non è certo così.
Come non riandare, allora, con la memoria all’anno 2010, quando il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, se ne usciva con quella frase, ai tempi considerata molto infelice, poi diventata ahinoi memorabile: «con la cultura non si mangia?»
Prosegue il dibattito.











