28 Giu Headless Waiter, la musica come nascondiglio
Il suono dell'intimità diventa un album
Ancona, 28 giugno 2025 – C’è chi fa musica per essere visto e chi, invece, la crea per nascondersi. Chi scrive perché non può farne a meno, compone per bisogno, perché solo così riesce a rendere concreti i propri pensieri, le proprie inquietudini. È questo il paradosso vivo e pulsante che anima Headless Waiter, nome d’arte dietro cui si cela un giovane musicista marchigiano, Edoardo Lambertucci, che ha scelto di raccontarsi più con le dita che con la voce, più con le armonie che con le parole.

Edoardo Lambertucci e la copertina dell’album Endlesswaiting
La sua storia comincia tra le pareti di casa, dove la musica era già di famiglia. Il padre, appassionato e virtuoso della fisarmonica, con esperienze nei campionati di specialità e collaborazioni importanti – tra cui con Sergio Endrigo – è la figura che ha piantato il seme. «Mi ha trasmesso tutto, anche senza volerlo troppo» – racconta. «A casa nostra la musica era presente, sempre».
Il suo percorso personale, però, prende forma quasi per caso, quando i genitori lo iscrivono a lezioni di pianoforte. All’inizio riluttante, si ritrova poi rapito da quella tastiera che diventa il primo veicolo d’espressione. Dopo cinque anni di studio, arriva la chitarra, e poi la batteria a 14 anni. Da semplice gioco, anche quella diventa qualcosa di più serio. Fino alla decisione di approfondire il tutto in modo professionale presso l’Accademia di Musica Moderna Franco Rossi, scelta in alternativa al conservatorio per la sua maggiore flessibilità e modernità.
Il nome d’arte, Headless Waiter, ha una genesi curiosa e ironica: nasce da un malinteso uditivo ascoltando un brano di Manuel Agnelli. Il ritornello diceva cavaliere senza testa, ma lui capì cameriere senza testa. «Mi ci sono ritrovato. È originale, spiazzante. E sì, faccio il cameriere» dice sorridendo. E dal ristorante dove lavora ci fanno sapere affettuosamente che Ardo, come lo chiamano là, è una pedina fondamentale ma che mai nome poteva essere più azzeccato.

Studio di registrazione Endlesswaiting
Il progetto artistico, invece, è tutto tranne che confusionario. Il suo album d’esordio, Endlesswaiting, è un lavoro che mescola fragilità e ricerca, introspezione e rigore. Non a caso, il titolo gioca sul doppio significato: non tanto attesa infinita, quanto un servizio interminabile, un chiaro riferimento al mondo della ristorazione, che nel suo caso si trasforma in metafora esistenziale.
Difficile incasellarlo in un genere. E lui stesso rifugge ogni tentativo di etichetta. Tuttavia, le influenze ci sono e si fanno sentire. Nick Drake, Elliott Smith, Mike Kinsella sono i tre nomi su cui costruisce il suo pantheon personale. Un podio che testimonia l’amore per le melodie malinconiche, le accordature aperte e le liriche intime, eredità diretta della scena midwest emo americana.
Canta in inglese, anche per proteggersi. «È un nascondiglio perfetto,» spiega. «La musica per me è un fatto intimo, è trasformare emozioni e momenti di disagio in qualcosa di tangibile». Il cantato basso e spesso sussurrato non è una scelta stilistica consapevole, ma la naturale conseguenza di una timidezza mai del tutto superata.
Endlesswaiting è stato costruito interamente dalle sue mani. La composizione, l’arrangiamento, le registrazioni: tutto nasce nel suo spazio personale, tra strumenti analogici e sperimentazioni. Per il mix e il master si è affidato a Simone Stacchiotti – in arte Stuck – mentre per le batterie si è rivolto al suo insegnante storico, Arkelao Macrillò. Una squadra ristretta ma affiatata. L’artwork dell’album è stato invece curato da Nikolò Habilaj, amico di sempre e artista visivo, capace di dare forma grafica a pensieri ancora sospesi.
Scrivere una canzone, per lui, non segue mai una logica lineare. «Può nascere guidando, o mangiando, in qualsiasi posto. Serve uno stato mentale, non un luogo fisico». La creazione parte dall’emozione e solo dopo arriva la razionalità – quella che spesso mette i bastoni tra le ruote: «Scrivo qualcosa, mi piace, poi dopo due settimane la rimetto in discussione».

Studio di registrazione Endlesswaiting
Ogni brano è il risultato di una tensione tra istinto e dubbio. Alcune canzoni nascono come flusso di coscienza, altre si ispirano a fatti letti sui giornali, come quella che riflette sulla solitudine degli anziani che muoiono senza che nessuno se ne accorga.
La promozione non è ancora partita davvero. «Lo stress del promuovere non esiste, perché non ho promosso nulla» – ammette, con la sincerità di chi non ha interesse a costruirsi un personaggio. Lo stress c’è nel momento in cui vuoi performare ma per motivi di lavoro o altri impegni, non riesci a farlo, non riesci a mettere nero su bianco quello che stai provando in quel momento. «L’insicurezza – dice – è ancora forte. È
difficile mettersi a nudo. L’album è nato per esigenza, non per esposizione».
I progetti per il futuro includono la scrittura, la sperimentazione, e un sogno nel cassetto: collaborare con Mike Kinsella. La musica resta la sua terapia, il suo spazio libero, il suo linguaggio segreto. Perché è una finestra su un’anima che non urla, ma sussurra. E quei sussurri, se ci si ferma ad ascoltarli davvero, arrivano dritti al cuore.
Endlesswaiting è disponibile su tutte le principali piattaforme digitali – Spotify, Apple Music, YouTube – ma soprattutto, è disponibile all’ascolto profondo di chi sa cogliere la bellezza nei silenzi, nelle fragilità, nelle attese interminabili.











