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Sergio Mattarella: «Uccidere i giornalisti è uccidere le nostre libertà»

La libertà di stampa non è un privilegio, ma un diritto da difendere ogni giorno

Ancona, 20 ottobre 2025 – Giancarlo Siani era un giovane giornalista napoletano ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985. Nel 2025, nel 40° anniversario dal suo omicidio, viene ricordato con numerose iniziative in tutta Italia. Queste commemorazioni fanno parte del progetto nazionale Giancarlo Siani, la verità non muore, promosso da Libera e dalla Fondazione Siani, con tappe in diverse regioni italiane

Giancarlo Siani

Ma chi era Giancarlo Siani? Era un cronista de Il Mattino che, con coraggio e determinazione, indagava sulle attività della camorra a Torre Annunziata. A soli 26 anni, fu assassinato per aver denunciato i legami tra criminalità organizzata e politica locale.

Quale simbolo della lotta per la libertà di stampa, a memoria del suo lavoro e del suo coraggio nel raccontare la verità, Sergio Mattarella ha ricordato il giornalista con parole forti: «Uccidere i giornalisti è uccidere le nostre libertà». Con questa frase il Presidente della Repubblica ha voluto trasmettere un messaggio profondo al popolo italiano: la libertà di stampa è un pilastro fondamentale della democrazia, e ogni attacco contro chi esercita il diritto di informare è un attacco diretto alla libertà di tutti. Il giornalismo libero è essenziale per la difesa della democrazia in quanto assicura la trasparenza, la giustizia e la responsabilità delle istituzioni.

Quei giornalisti che hanno fatto dell’informazione il valore della verità, hanno messo a repentaglio la propria vita, pertanto va riconosciuto e celebrato il loro coraggio. I poteri mafiosi che cercano di silenziare chi li combatte con le parole e le inchieste vanno condannati. Pertanto le parole del nostro Presidente sono un appello alla coscienza civile affinché tutti i cittadini siano chiamati a non restare indifferenti, a sostenere il giornalismo indipendente e a difendere i valori costituzionali.

Mattarella ha voluto ricordare che la libertà non è scontata: va protetta ogni giorno, anche attraverso il rispetto e la tutela di chi la esercita con la penna e il microfono.

A proposito di microfono, erano le parole pronunciate dalla sua emittente Radio Aut, quelle di Peppino Impastato un giornalista e attivista siciliano che denunciò la mafia, venendo brutalmente assassinato da Cosa Nostra il 9 maggio 1978.

Peppino Impastato

Peppino Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, nel 1948, in una famiglia legata alla mafia: suo padre, suo zio e altri parenti erano affiliati a Cosa Nostra. Fin da giovane, Peppino si ribellò a quella cultura mafiosa, abbracciando ideali di sinistra e diventando un attivista politico e culturale.

Proprio la radio fu la sua arma più potente: fondata nel 1976, era libera e autofinanziata, con sede a Terrasini. Attraverso il programma satirico Onda Pazza, Peppino denunciava pubblicamente i crimini, le collusioni e le attività del boss locale Gaetano Badalamenti, usando la sua ironia e il suo coraggio per smascherare il potere mafioso.

Il 9 maggio 1978, lo stesso giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, Peppino fu ucciso in modo atroce: il suo corpo fu fatto esplodere sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, in un tentativo di far passare l’omicidio per suicidio. Solo anni dopo, grazie alla tenacia della madre Felicia Bartolotta e del fratello Giovanni, la verità venne a galla e Badalamenti fu condannato all’ergastolo. La sua storia è stata raccontata nel film I cento passi (2000). Peppino è interpretato da Luigi Lo Cascio, diretto dal regista Marco Tullio Giordana. Il film prende il nome dalla distanza tra casa sua e quella del boss Badalamenti, simbolo della vicinanza fisica e del coraggio morale.

Una scena del film “I cento passi”

Peppino Impastato è oggi un simbolo della lotta alla mafia, della libertà di espressione e del diritto alla verità. La sua voce, anche se azzittita, continua a risuonare nelle coscienze di chi crede in una società libera dall’omertà.

Nel 2009 sarà proprio il cinema, ancora una volta, con il film di Marco Risi Fortapàsc a ricordare il giornalista Giancarlo Siani, attraverso l’intensa interpretazione di Libero De Rienzo, la cui somiglianza fisica e la forza narrativa restituiscono al pubblico l’immagine di quel giovane ragazzo che con la sua Mehari verde sceglie di raccontare la verità, anche a costo della vita.

Emblematica la scena del film, diventata un riferimento per molti giovani cronisti, in cui Giancarlo Siani passeggia con il suo caporedattore Sasà, interpretato da Ernesto Mahieux. Sasà, è un giornalista disilluso, oramai rassegnato a una routine da impiegato del catasto che rappresenta quel giornalismo spento e privo di slancio, ma è proprio lui a impartire una lezione al giovane Giancarlo, il quale invece è determinato nel fare quel giornalismo d’inchiesta che lo porterà a indagare sul crimine organizzato:

«Ci sono due categorie: giornalisti – giornalisti e giornalisti impiegati. Io sono un giornalista impiegato: tengo la macchina, la casa, l’assistenza sanitaria e pure il cane. I giornalisti giornalisti portano le notizie, gli scoop e fanno male…fanno male assai. Questo non è un paese per giornalisti giornalisti, è un paese per giornalisti e so’ rotture e’ cazz…impiegati».

Libero De Rienzo è Giancarlo Siani in “Fortàpasc” di Marco Risi (foto di Fabrizio Di Giulio)

Le parole di Sasà mostrano il contrasto tra chi si arrende e chi sceglie di rischiare per raccontare la verità. È un momento che racchiude il senso profondo del mestiere del giornalista: scegliere se restare in silenzio o alzare la voce contro l’ingiustizia.

Il 16 ottobre 2025 Sigfrido Ranucci, noto giornalista e conduttore di Report, ha subito un attentato: l’esplosione di una bomba rudimentale ha distrutto la sua auto e quella della figlia davanti all’abitazione a Pomezia.  Fortunatamente non ci sono stati feriti. La figlia era passata da lì appena 20 minuti prima. Le indagini ipotizzano un’intimidazione legata alle sue inchieste giornalistiche.

Sigfrido Ranucci

Ma chi è Sigfrido Ranucci? Nato a Roma nel 1961, è autore e conduttore della trasmissione Report su Rai 3, nota per le sue inchieste su corruzione, criminalità organizzata, malaffare politico e ambientale. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro, ma anche minacce e pressioni nel corso degli anni.

Dopo l’accaduto tante sono state le reazioni e i gesti di solidarietà nei confronti del giornalista, da parte dell’opinione pubblica, della Rai, del sindacato Usigrai e di numerosi colleghi che hanno definito l’attentato spaventoso e un attacco alla libertà di stampa. Ranucci ha dichiarato: «Potevano uccidere. Contro di me un salto di qualità», sottolineando la gravità dell’atto.

L’attentato a Sigfrido Ranucci

Questo episodio ci ricorda ancora una volta quanto sia rischioso ancora fare giornalismo d’inchiesta in Italia.

Le figure di Giancarlo Siani, Peppino Impastato e Sigfrido Ranucci ci fanno riflettere sull’importanza del giornalismo d’inchiesta, sulla libertà di stampa ma anche sui rischi di questa professione troppo spesso ignorata ma al tempo stesso difesa da uomini coraggiosi.

Tre nomi, tre storie, tre battaglie: Giancarlo Siani, Peppino Impastato e Sigfrido Ranucci sono il volto di un giornalismo che non si piega, che indaga, che denuncia.

Queste tre figure ci ricordano che la libertà di stampa non è un privilegio, ma un diritto da difendere ogni giorno. Quando un giornalista viene minacciato, non è solo lui a essere colpito ma è l’intera democrazia.

Per questo, oggi più che mai, dobbiamo stare dalla parte di chi cerca la verità, di chi non si arrende. Dalla parte di Siani, Impastato, Ranucci. Perché uccidere un giornalista è uccidere la nostra libertà, come ha detto il presidente Mattarella. E noi non possiamo permetterlo.

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