17 Nov La manovra che non guarda al futuro dei giovani
L’emigrazione giovanile dell’Italia è un fenomeno strutturale e in crescita
Ancona, 17 novembre 2025 – I dati alla mano parlano chiaro, l’emigrazione giovanile dall’Italia è in costante crescita e sta diventando un fenomeno strutturale. Molti ragazzi non vedono valide ragioni per restare in Italia e prospettive adeguate per il loro futuro.
Nel 2024 il record di partenze con 155.732 italiani che hanno lasciato il Paese, il dato più alto mai registrato. Il 72% di loro erano giovani tra i 18 e i 39 anni. Un saldo negativo sconfortante se pensiamo che dal 2006 oltre 1,6 milioni di italiani hanno scelto di emigrare. Un saldo negativo di 817.000 persone, considerato che dal 2006 ad oggi oltre 1,6 milioni di italiani hanno scelto di andarsene.
Un record che è il risultato di una stagnazione economica, di salari bassi, di lavoro precario a cui associamo anche la scarsa valorizzazione del merito e le disuguaglianze territoriali. Per restare in Europa in pole position la Germania ma tra le mete preferite anche il Regno Unito, la Svizzera ma considerati anche gli Stati Uniti e il Brasile.
Ma chi sono questi giovani che decidono di lasciare il Paese? Molti di questi sono istruiti, con laurea o diploma e spesso con competenze richieste anche dalle aziende italiane. Questi numeri che sono realtà, confermano che le manovre economiche sono insufficienti per creare le condizioni favorevoli per farli rimanere e non guardano al futuro dei giovani.
L’Italia sta diventando sempre più un luogo per vecchi, poco attrattivo per i talenti e i giovani non esitano a cercare all’estero quello che purtroppo non trovano facilmente in Italia, cioè opportunità di crescita professionale, stipendi competitivi e un sistema che premi veramente il merito.
Non si tratta di una fuga dei cervelli ma è una risposta strutturale a mancanze sistemiche, tanto è vero che se intervistati, molti giovani dichiarano che tornerebbero in Italia se ci fossero condizioni migliori, come salari adeguati e chiari percorsi di carriera. La parola chiave è realizzazione e occorre orientarsi verso alcune direzioni che potrebbero portare i giovani a un ripensamento. Ma come?
Per invertire la tendenza sono necessari investimenti che possano guardare al futuro. Occorre un ricambio generazionale nel lavoro e che questo diventi stabile e ben retribuito in modo tale che i giovani possano uscire dal nucleo familiare primario e comprarsi o affittare una casa e rendersi autonomi.

Dare loro delle prospettive, quindi ridurre il precariato e allineare i salari al costo della vita. Valorizzare il merito, cioè creare percorsi di carriera trasparenti e premianti, sostenere l’innovazione e le start-up offrendo incentivi fiscali e finanziamenti a chi vuole creare impresa. Ridurre una volta per tutte il divario territoriale rendendo il Sud attrattivo per le imprese con incentivi alle aziende che creano sviluppo nelle aree interne per evitare che i giovani partano solo dalle zone più fragili. Considerare le politiche di rientro facilitando il ritorno di chi ha acquisito competenze all’estero, con programmi di reinserimento professionale.
Se l’Italia perde ogni anno decine di migliaia di giovani perché non offre prospettive solide, la sfida è trasformare le timide manovre economiche in strumenti che guardino davvero al futuro delle nuove generazioni.
Se sempre più ragazzi scelgono di lasciare il Paese, non per un capriccio o per spirito d’avventura, ma perché sentono di non avere qui le opportunità che meritano, è arrivato il momento di prenderne atto. È un segnale forte, che mostra come le manovre economiche, indipendentemente dal colore politico dei governi, non abbiano saputo costruire basi solide per le nuove generazioni.
In fondo, la questione non riguarda soltanto i giovani: riguarda il futuro dell’Italia intera. Perché un Paese che non sa trattenere i suoi talenti rischia di perdere anche la sua capacità di crescere e di innovare.
La giovane italiana morta al Bataclan era Valeria Solesin, una ricercatrice veneziana di 28 anni che stava completando il dottorato alla Sorbona di Parigi. La sua storia è diventata simbolo dei tanti ragazzi che scelgono di andare all’estero per studiare e costruirsi un futuro.

Valeria Solesin
Valeria Solesin era nata a Venezia e aveva deciso di trasferirsi in Francia per proseguire i suoi studi universitari. Si occupava di sociologia e demografia, con una ricerca dedicata agli effetti della maternità sulle politiche di occupazione femminile. Il 13 novembre 2015 si trovava al concerto degli Eagles of Death Metal al Bataclan, quando un commando jihadista fece irruzione causando la morte di 90 persone solo in quella sala e 132 in totale negli attacchi di quella notte.
I suoi familiari l’hanno descritta come una ragazza vivace, estroversa, con le idee chiare e un forte senso di impegno sociale. Sognava di tornare un giorno in Italia, vicino al suo mare, ma nel frattempo si dedicava con passione alla ricerca e al cambiamento. Dopo la sua morte, sono state istituite borse di studio a suo nome per sostenere altre giovani donne nel percorso accademico.
La sua vicenda ci ricorda quanto sia diffuso il fenomeno dei giovani italiani che scelgono di emigrare per studiare o lavorare. Valeria rappresentava proprio quella generazione che cerca all’estero opportunità di crescita, meritocrazia e stabilità. La sua storia, purtroppo segnata da una tragedia, è anche un monito: l’Italia deve impegnarsi di più per offrire ai giovani condizioni tali da non costringerli a partire, ma da invogliarli a restare o a tornare.

Il ponte Valeria Solesin a San Giobbe
La storia di Valeria Solesin, ci ricorda con forza quanto il tema dei giovani all’estero non sia soltanto una questione statistica o economica, ma un fatto profondo e umano. Ogni ragazzo che parte porta con sé speranze, energie e talenti che il nostro Paese non è riuscito a trattenere. Valeria rappresentava quella generazione che cerca nel mondo opportunità di studio e di lavoro, ma che non smette di sentirsi italiana e di immaginare un ritorno.
Se vogliamo davvero onorare la sua memoria e quella di tanti altri giovani che hanno scelto di partire, dobbiamo trasformare la fuga in possibilità, costruendo un’Italia capace di accogliere e valorizzare chi ha il coraggio di mettersi in gioco. Solo così il futuro dei nostri ragazzi non sarà più un viaggio senza ritorno, ma un percorso che arricchisce il Paese e lo rende più giusto, più moderno e più vicino ai sogni delle nuove generazioni.












