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Il corpo offeso

Ippocrate: "Il corpo umano è un tempio e come tale va curato e rispettato, sempre»

Ancona, 24 maggio 2026 – Il corpo offeso è un concetto legato alla rappresentazione del dolore, della violenza e del trauma subiti dalla fisicità umana.

In Se questo è un uomo Primo Levi, nel secondo capitolo Sul fondo, descrive la spogliazione e la degradazione fisica dei prigionieri appena arrivati ad Auschwitz. In questo luogo dell’orrore, la fame, le ferite e la perdita di controllo delle funzioni biologiche, trasformano il corpo dell’uomo fino a demolirlo, nella prima linea dell’offesa nazista.

Nella letteratura anche Elsa Morante scrive su Il corpo offeso dei viventi, frase che ritroviamo nella poesia La canzone degli Infelici Molti e dei Felici Pochi, pubblicata all’interno del suo libro del 1968 intitolato Il mondo salvato dai ragazzini.  Quello dell’autrice è un grido di speranza e ci spiega che gli uomini sopravvivono alle guerre, alle dittature e alla violenza del potere, solo grazie alla purezza incontaminata (le voci illese) dei fanciulli e degli spiriti liberi.

In particolare nel romanzo La Storia, la scrittrice descrive i corpi degli umili, dei bambini e degli indifesi che subiscono la cieca violenza della guerra. I due protagonisti principali sono Ida Ramundo, fragile madre coraggio e suo figlio Useppe (Giuseppe) che incarna l’immagine dei Felici Pochi come teorizzato dall’autrice.

Il romanzo La storia di Elsa Morante

Ida è una maestra elementare di origini calabresi, vedova che vive nell’angoscia e nel terrore di essere scoperta e deportata, in quanto ebrea per parte di madre. Suo figlio Useppe è la conseguenza di una violenza subita da un soldato tedesco ubriaco, durante gli anni del fascismo. Nonostante sia profondamente segnata dalla paura, ha come unica legge, l’istinto materno e questo la porterà spesso a lavorare e a digiunare, cercando di rimediare un pezzo di pane per Useppe, che, con i suoi grandissimi occhi azzurri, nonostante i bombardamenti su Roma, riesce a vedere la bellezza del mondo. Madre e figlio vivono in simbiosi e la morte prematura di Useppe, porteranno Ida a perdere la ragione e a trascorrere gli ultimi anni della sua vita rinchiusa in un manicomio. La donna è sopravvissuta fisicamente al corpo offeso, per ben due volte, dopo la violenza carnale e a quella della morte del figlio, ma al tempo stesso morirà nello spirito insieme al suo bambino.

Quando parliamo del corpo offeso non possiamo dunque escludere la psicologia del trauma, che richiama immediatamente il legame indissolubile tra mente e corpo. Questa totale unità era già stata intuita da Friedrich Nietzsche, che nel suo capolavoro Così parlò Zarathustra scrive: «Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e l’anima non è altro che una parola per indicare qualcosa del corpo… Dietro i tuoi pensieri e sentimenti, fratello, sta un possente sovrano, un saggio ignoto – si chiama Sé. Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo».

Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche

Il passaggio dimostra che curare il trauma psicologico senza ascoltare il corpo è impossibile, e viceversa. Anche San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, nel Nuovo testamento, scrive: «Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi?»

Il legame che c’è tra mente e corpo risiede nella sua sacralità, cioè nella sua intelligenza innata e profonda e nella sua incredibile capacità di autodifesa, guarigione e memoria biologica, quella per cui il corpo a differenza della mente, che può dimenticare o rimuovere un evento, conserva il ricordo dell’impatto materiale ed emotivo. Esso, infatti, sa sempre prima della mente quando siamo in pericolo o quando siamo felici.

Sulla sacralità del proprio corpo e sulla mancanza di separazione con la propria anima, ha scritto anche il poeta americano Walt Whitman che nella sua celebre raccolta Foglie d’erba, scrive: «Se qualcosa è sacro, il corpo umano è sacro». «E se il corpo non fosse l’anima, che cos’è l’anima?».

Il concetto del corpo come spazio sacro, attraversa anche la storia della medicina e della spiritualità, Ippocrate medico e filosofo della natura, attraverso lo studio delle leggi universali che lo regolano, ci dice che «Il corpo umano è un tempio e come tale va curato e rispettato, sempre».

Il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir e gli attivisti umiliati

Sul rispetto del corpo, giorni fa abbiamo assistito a immagini che equivalgono a profanare l’unico luogo sacro che possediamo davvero. Ci riferiamo alle drammatiche immagini degli attivisti pacifisti della Flotilla, catturati in acque internazionali e sottoposti a trattamenti inaccettabili. Ragazzi bendati, percossi e derisi pubblicamente da esponenti delle istituzioni che hanno trasformato la violenza in esibizione. Questo accanimento sui corpi dimostra che quando manca il rispetto per l’integrità fisica e biologica dell’altro, cessa ogni forma di civiltà. Quei ragazzi, ridotti all’impotenza fisica ma fermi nei loro principi, testimoniano quanto il corpo umano resti l’ultimo, inviolabile baluardo di resistenza contro la brutalità del mondo.

Riflettere su queste immagini impone un doloroso richiamo alla memoria storica. Proprio alla luce delle pagine di Primo Levi e a quelle di Elsa Morante, non ci si può aspettare di assistere a rivendicazioni così violente condotte in nome di uno Stato nato dal dolore dell’Olocausto.

Il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir e gli attivisti umiliati

Non è più accettabile vedere che chi ha conosciuto storicamente la profanazione assoluta del corpo e la demolizione dell’identità umana sia oggi autore di continue pratiche di oppressione e abusi sistematici non solo contro il popolo palestinese ma contro chiunque provi a impedire che certe pagine della storia passata possano ripetersi. Tuttavia, è importante non generalizzare. Moltissimi israeliani non si riconoscono nelle derive disumane della leadership di Netanyahu. Esiste un’altra Israele che scende in strada, protesta e invoca un accordo, a testimonianza del fatto che l’aspirazione alla pace e al rispetto dell’altro sopravvive nel cuore di molti israeliani, che rifiutano di vedere la storia di un popolo che porta impressa la ferita della Shoah, tradita da una politica di sistematica sopraffazione.

«Sappiàtelo, o padri meschini / I(nfelici) M(olti) d’ogni paese: / se ancora il corpo offeso dei viventi resiste / in questo vostro mondo di sangue e di denti / è perché passano sempre quelle poche voci illese / con le loro allegre notizie».

Elsa Morante, La canzone degli Infelici Molti e dei Felici Pochi, da Il mondo salvato dai ragazzini, 1968

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