05 Ott Gaza e il Falaj dell’Oman: sollevare la pietra che apre il flusso alla pace
Dall’ingegneria millenaria dei canali montani omaniti all’apertura diplomatica a Gaza: piccoli gesti concreti possono far riprendere il flusso della pace
Ancona, 5 ottobre 2025 – L’altopiano del Jebel Akhdar in Oman costituisce una testimonianza della cultura montana secolare e della capacità dell’uomo di sapersi adattare al territorio nonostante le difficoltà. Questo luogo, dall’incomparabile bellezza, rappresenta l’equilibrio tra tradizione agricola e conservazione ambientale.

Falaj
Il sentiero dei quattro villaggi racconta secoli di sapiente coltivazione e rispetto per l’ecosistema montano. L’agricoltura terrazzata dell’altopiano è un capolavoro di ingegneria idraulica che ha permesso alle comunità locali di dotarsi di un sistema di irrigazione falaj costituito da antichi canali dove da millenni scorre l’acqua preziosa alle comunità che ha permesso alle stesse di coltivare melograni, albicocche, noci e rose destinate alla produzione della pregiata acqua di rose omanita. Ogni terrazza è testimonianza della storia di generazioni di agricoltori che sono stati in grado di vivere in questo arido territorio montano.

Questo sistema, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2006, funziona grazie a un equilibrio delicato: pietre poste nei canali regolano il flusso dell’acqua che viene incanalata da sorgenti sotterranee e distribuita da un custode esperto che solleva queste pietre con precisione nei momenti giusti per permettere all’acqua di raggiungere chi ne ha bisogno. La pietra nel falaj, se sollevata, permette all’acqua di fluire, così da nutrire, dare vita e rigenerare la terra. Il falaj non è solo un’opera d’ingegneria, ma un modello di convivenza e condivisione basato su regole antiche e il rispetto reciproco, dove il custode sa quando sollevare la pietra e permettere all’acqua di raggiungere i campi.
Oggi, a migliaia di chilometri di distanza, a Gaza, sembra accadere qualcosa di simile. Fonti recenti indicano che Hamas ha in parte accettato il piano di pace proposto da Donald Trump, un segnale che può essere interpretato come il sollevamento di una pietra in un canale bloccato da anni. Non è la soluzione definitiva, ma è il gesto che può far riprendere il flusso della speranza e di una possibile convivenza.
Nel sistema falaj, una pietra posta nel canale può bloccare o deviare l’acqua, quando il custode la solleva, l’acqua riprende il suo cammino, scende verso i terrazzamenti, nutre le radici, rinfresca la terra. È un gesto semplice, ma carico di significato: è l’inizio di qualcosa, il permesso alla vita di continuare.

Il falaj non è solo un’opera idraulica: è un sistema sociale. Ogni goccia è contata, ogni turno è rispettato. Le comunità si riuniscono, discutono, decidono. La pace, come l’acqua, non può essere imposta: va gestita, condivisa, protetta. E come nel falaj, serve un custode — o più di uno — che sappia quando sollevare la pietra e quando lasciarla al suo posto.
Come nel sistema falaj dell’Oman, dove una pietra sollevata consente all’acqua di scorrere verso i campi, oggi forse con la possibile apertura diplomatica a Gaza si è sollevata una pietra che apre la porta alla speranza della fine della guerra.
Ma la pace, come l’acqua del falaj, richiede una gestione attenta, collaborazione e fiducia tra le parti, pronte a fare piccoli gesti concreti per far scorrere il flusso della pace.












