Torino: inusuale corsa podistica all’interno della Fiat di Mirafiori

TORINO Una mini maratona in catena di montaggio. Si è corsa domenica a Torino per festeggiare i 10 anni del “Mirafiori Motor Village”. E’ il più grande spazio espositivo e commerciale d’Italia. E’ stato pensato 10 anni fa, non come semplice concessionaria d’auto, ma soprattutto come luogo di ritrovo. E così è stato domenica.

La palazzina uffici della Fiat Mirafiori in Corso Agnelli
La palazzina uffici della Fiat Mirafiori in Corso Agnelli

Al via, dato proprio dal Motor Village, hanno preso parte 2.500 persone tra atleti e amatori. Su di un percorso di 8 km, i runner sono entrati in fabbrica,  hanno calcato la storica pista di collaudo dello stabilimento Fiat di corso Agnelli e altri reparti della produzione. La pista veniva utilizzata in passato per testare i nuovi modelli, appena usciti dalla linea.

Simone Petracchia del Val Varaita è stato il primo corridore a tagliare il traguardo, una volta uscito dalla mitica porta 7 testimone muta delle battaglie sindacali degli anni ‘80.

La fiumana di "runner" all'ingresso 3 dello stabilimento Fiat Mirafiori
La fiumana di “runner” all’ingresso 3 dello stabilimento Fiat Mirafiori

Per la città, è forse anche il primo vincitore di una corsa podistica in fabbrica, se si escludono le tante “maratone”vissute dagli operai durante le estenuanti trattative per il rinnovo dei contratti di lavoro. Ma questa è una storia che appartiene ormai ad un lontano passato.

Con le quote d’iscrizione sono stati raccolti  oltre 10.000 euro. Saranno consegnati alla Fondazione “Forma” dell’ospedale infantile Regina Margherita. Verranno investiti nel progetto “Onda su onda”, concentrato sul monitoraggio neurofisiologico dei bambini in terapia intensiva.

 

di Riccardo Marchina


Lascia un commento

Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

© riproduzione riservata


link dell'articolo

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi