Ancona – L’Us Ancona 1905 non c’è più!

Restano due strade percorribili: liquidazione o fallimento

L’Ancona è morta, viva l’Ancona! Con una breve e sgrammaticata nota il club dorico ha ufficializzato di non essere riuscito ad iscriversi in serie D, ma come al solito lo ha fatto lanciando una velenosa polemica.

Stavolta i destinatari degli strali di una dirigenza sempre più arrogante nel non ammettere i propri disastri, ahinoi sotto gli occhi di tutti, sono stati gli ex tesserati, colpevoli di non aver accettato l’ultima proposta di Miani e soci che, a dire della società, avrebbe salvato la serie D.

L’a.d. David Miani 

Calciatori e staff tecnico alla sbarra dunque, con l’eccezione del terzo tecnico della stagione De Patre e dell’ex segretaria Elianna Vaira, entrambi molto legati ad Ercole Di Nicola, che probabilmente hanno accettato l’accordo proposto dall’Ancona e garantito non da una banca né da un’assicurazione, come da prassi, bensì da un Confidi con sede legale a Roma, ma operativo in Puglia.

I documenti presentati non hanno convinto i legali dell’Aic interpellati dai giocatori stessi (tra l’altro sono soltanto sei o sette quelli contattati), che hanno deciso di non firmare le liberatorie se non in presenza dei bonifici su conto corrente. Miani & company sostengono addirittura, e lo hanno scritto nel comunicato, di avere a disposizione le risorse per l’intera stagione. Ma avevano detto di aver pagato gli stipendi a febbraio, di avere contratti di sponsorizzazione firmati per 800mila euro, di avere pronta una nuova fideiussione e di non rischiare il default.

Miani, Di Nicola, Schiavoni

Nessuna di questa cose dette o scritte si è mai avverata quindi, come è possibile credere ancora a quest’ultima sparata di Miani? Un soggetto che la credibilità l’ha persa da tempo. Ora per lui, l’unico ad avere potere di firma e a rischiare in prima persona, si aprono due strade: liquidazione o fallimento.

Nel primo caso mancherebbe proprio la liquidità, a differenza del 2010 quando Petocchi potè contare sui soldi della cessione di Mastronunzio al Siena per non fallire, e infatti non fallì. La strada dell’Us Ancona 1905, invece, è molto più ardua. Ormai si è ridotta ad essere un mero problema personale dell’ex padre del progetto etico,  un programma che negli intenti avrebbe dovuto tenere l’Ancona lontano da avventurieri e fallimenti. Di fatto, un vero e proprio disastro.

Decretata la fine dell’Ancona di Miani e Di Nicola, da domani si apre un altro capitolo: una potenziale terza resurrezione. Al momento soltanto Sergio Schiavoni sembrerebbe interessato a far ripartire la prima squadra di calcio della città, e proprio domattina s’incontrerà con l’assessore Guidotti per fare il punto della situazione.

Anche l’avvocato Lorenzo Mondini, ex della Fondazione, sta lavorando insieme ad Umberto Calaiò ad un progetto di rinascita, ma sarebbe il caso di unire le forze per il bene di tutta la città e di una tifoseria stanca e sfiduciata dagli ultimi avvenimenti. L’eventuale nuova Ancona dovrà riconquistarla e non sarà facile: in molti considerano conclusa la propria storia con il club biancorosso dopo la chiusura dell’Us Ancona 1905.

 

di Claudio Marconi

La nota di PaFil

E così alla fine questa tribolata stagione dell’US Ancona 1905 si chiude con un totale fallimento. Due stagioni molto sofferte su ogni fronte che hanno evidenziato in modo perentorio un postulato vecchio come il calcio: per praticare questo sport a certi livelli occorrono un sacco di denari. Tanti soldi.

Denari che questa piazzetta anconetana non ha, o non ha mai voluto tirare fuori. L’unico che lo ha fatto, con una punta di ragionata follia, è stato Andrea Marinelli. Ma né la piazza, né le istituzioni, né gli amici industriali ne hanno seguito e capito le intenzioni e le potenzialità. Amen.

Andrea Marinelli ai tempi della presidenza dell’Ancona 1905

Oggi l’oceano del calcio è pieno di squali, altro che sogni e ideali. L’attaccamento alla maglia e ai colori è una cosa, il business che se ne può ricavare speculando, un’altra. E non era ancora decretata la morte dell’Ancona che qualche squalo aveva già proteso il muso fuori dall’acqua per provare a succhiare sangue dalle sue ferite.

Quella che Schiavoni sta cercando di percorrere è una strada senza sbocco. L’incaponimento di un uomo che vuol fare solo come dice lui, cercando d’investire il meno possibile. Schiavoni non è la soluzione ma un semplice palliativo. Passato l’effetto placebo tutto torna come prima.

Ed è proprio qui che si cela il male di questa città: nessuno ha la capacità di unire le forze, accettare qualche compromesso, cooperare per un unico fine. Ognuno coltiva gelosamente il proprio orticello e il proprio patrimonio, e guai a chi glielo tocca! Con queste premesse, e la storia che l’accompagna, dove sta scritto che Ancona deve avere l’Ancona a tutti i costi?

Meglio aspettare che qualche squadra di quartiere cresca pian piano, guadagnandosi sul campo le categorie e la stima dei tifosi. Senza sotterfugi, senza ripescaggi artefatti, senza squali assassini! Lo dice la storia? Vero. Ma la storia non ha denari, arricchisce solo il cuore.


Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Quel tocco di rossetto che spaventò l’Italia

77 anni fa le donne conquistavano il diritto al voto


Camerano, 01 febbraio 2023 – In questo mese, 77 anni fa, esattamente il 23 febbraio 1946, la Consulta Nazionale approvava il decreto legislativo che dava alle donne, per la prima volta in Italia, il diritto di votare e quello di essere elette. Diritto che le stesse poterono esercitare, sempre nel 1946, quando vennero chiamate al voto alle prime elezioni amministrative del dopoguerra.

Non si pensi che raggiungere questo diritto sia stato facile per le donne, la loro battaglia per il diritto al voto (suffragio universale), risale addirittura al 1861, l’anno dell’Unità d’Italia. E una volta acquisito, quel diritto, non è che la società tutta l’accolse con favore: occorreva un cambio di mentalità che s’era radicato negli uomini per centinaia d’anni.

Basti ricordare, come segno della disabitudine al voto femminile, quel che pubblicò il Corriere della Sera nell’edizione del 2 giugno 1946 commentando la partecipazione delle donne all’elezione dei deputati dell’Assemblea costituente e del Referendum istituzionale Monarchia-Repubblica, nell’articolo intitolato “Senza rossetto nella cabina elettorale” con il quale invitava le donne a presentarsi presso il seggio senza rossetto sulle labbra.

La motivazione era spiegata così: “Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po’ di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto. Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio“.

Sì, oggi tutto ciò suona parecchio stonato anche perché, come facevi a capire a chi apparteneva quella macchia di rossetto? O che il colore del pigmento si poteva associare a questo o a quello schieramento? Oggi le schede elettorali per fortuna si piegano.

Sono passati 77 anni dal raggiungimento del diritto di voto per le donne. Molte, nel corso degli anni, sono state elette in Parlamento nelle due Camere, poche, pochissime, assise nella poltrona del presidente di questo o quel ramo, sfondando quel “tetto di cristallo” appannaggio riservato agli uomini per tanto, troppo tempo.

Ricordando l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la prima donna in questo ruolo nella storia d’Italia capace di sfondare quel tetto – e che le ha citate nel suo discorso d’insediamento, vorrei ricordarne alcune di queste eroine: Rosalie Montmasson, testarda al punto da partire con i Mille che fecero l’Italia; Alfonsina Strada, prima donna a competere nel ciclismo in gare maschili.

Eroine nella Cultura come Maria Montessori o Grazia Deledda premio Nobel per la Letteratura. Eroine nella Politica dei giorni nostri: Tina Anselmi, Nilde Jotti, Rita Levi Montalcini; e ancora, Oriana Fallaci enorme firma del giornalismo, Samantha Cristoforetti astronauta.

Chissà cosa sarebbe successo all’Italia e alle italiane se, 77 anni fa, quel diritto al voto fosse stato loro negato. Non credo granché, dal momento che do per scontato che comunque a quel diritto sarebbero arrivate. Semplicemente perché era scritto nelle stelle, e solo l’ottusità, il maschilismo e la paura della perdita di potere dell’uomo, l’ha ritardato nell’evoluzione sociale italiana.

Di una cosa però sono convinto: laddove le donne hanno primeggiato, sfondando quel tetto di cristallo, il mondo che hanno governato e le società che hanno gestito sono migliorate parecchio, colorandosi di quel tocco di rosso tanto vituperato nel 1946: un tocco di rossetto!

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