Jesi – In piena attività l’ospedale Carlo Urbani

La direzione Area vasta 2: “Servizi garantiti anche nella fase emergenziale dovuta al Covid-19”

Jesi, 2 marzo 2021 – “L’Ospedale Carlo Urbani è in piena attività e sta rispondendo ai bisogni del territorio su due fronti” fa sapere la direzione Area Vasta 2.

Già dalla fine del mese di ottobre 2020, il Presidio di Jesi ha nuovamente iniziato a ricoverare pazienti con patologia SARS-Covid19 fino ad arrivare alla completa attivazione di quanto previsto dalla Fase 2 del Piano Pandemico Ospedaliero, e quindi alla completa occupazione di tutti i posti letto Covid previsti: 52 posti letto di degenza ordinaria, 12 posti letto semintensivi, 12 posti letto di terapia intensiva.

Jesi – Ospedale Carlo Urbani

Nonostante la riorganizzazione Covid abbia avuto un grosso impatto sull’intera struttura, con riduzione del numero dei posti letto di alcuni reparti, sono state comunque mantenute le attività di tutte le unità operative ospedaliere, e non c’è stata alcuna modifica nelle attività di presa in carico dei pazienti con patologie croniche nonché in quelle dell’area materno-infantile.

Sono state garantite anche tutte le attività chirurgiche sia per le patologie urgenti, sia oncologiche, sia di classe A (cioè, tutte quelle che devono essere operate entro 30 giorni a pena di una variazione significativa della prognosi) di tutte le branche specialistiche quali chirurgia generale, ortopedia, urologia, ginecologia, otorinolaringoiatria, oculistica, dermatologia e odontostomatologia.

Dal 1 novembre 2020 al 25 febbraio 2021 sono stati eseguiti 1.360 interventi chirurgici – continua il report della Direzione – e per poterli garantire è stata ottimizzata al meglio la rotazione dei posti letto chirurgici disponibili, che sono ovviamente anch’essi ridotti a causa della situazione di emergenza pandemica, con un quotidiano oneroso impegno di tutto il personale interessato”.

In questa fase di recrudescenza del virus Covid-19, l’ospedale jesino fa appello: “al senso civico e di responsabilità di tutta la popolazione affinché siano sempre prestate tutte le attenzioni e adottate le precauzioni con l’utilizzo dei dispositivi di sicurezza individuale e, in caso di manifestazione di sintomi, anche presunti, gli utenti contattino immediatamente il proprio medico di medicina generale evitando di rivolgersi al Pronto Soccorso”.

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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