Chiuso da oggi il Covid Center di Civitanova

La nuova struttura sorta all’interno della Fiera è costata circa 12 milioni di euro in parte frutto di donazioni private ed ha operato solo poche settimane curando tre pazienti

Civitanova Marche (MC), 5 giugno 2020 – Chiuderà questa sera alle 20 il Covid Center di Civitanova Marche, la struttura ospedaliera realizzata in piena emergenza coronavirus all’interno della Fiera di Civitanova da Guido Bertolaso e voluta (fra mille polemiche) dal presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli.

Medici al lavoro in un reparto di terapia intensiva (foto di repertorio)

L’unico paziente ospite della struttura, dopo due tamponi consecutivi risultati negativi, verrà trasferito in giornata in un’altra realtà ospedaliera sancendone di fatto la fine operativa. Una operatività davvero minima, tra l’altro, dal momento che il nuovo ospedale civitanovese nell’arco della sua brevissima attività è arrivato ad ospitare solo tre malati positivi al Covid-19. Ed è proprio da questi numeri che si alimenta la polemica: tre pazienti curati nell’arco di qualche settimana, in una struttura da 84 posti costata circa 12 milioni di euro, non giustificano affatto la spesa e la realizzazione. Anche se non va dimenticato che in buona parte è stata realizzata con donazioni private.

Una delle poche voci che difendono la scelta di Ceriscioli e l’utilità della struttura è quella di Alessandro Maccioni, direttore dell’Area vasta 3 (Macerata, Civitanova, Camerino): «È servita a ‘pulire’ alcuni reparti Covid come quello dell’ospedale di Camerino – ha detto Maccioni – ed è necessaria alla luce della nuova normativa che prevede più posti letto per la terapia intensiva».

Da questa sera l’astronave, come è stato ribattezzato il Covid Center di Civitanova, resterà inutilizzata (la speranza dei più, per ovvie ragioni, è che lo resti per sempre), ma verrà sorvegliata giorno e notte per evitare pericoli d’incendio e per salvaguardare le costose attrezzature mediche all’avanguardia di cui è dotata.

 

redazionale

© riproduzione riservata 


Lascia un commento

Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

© riproduzione riservata

 


link dell'articolo