La vita che resta di Arianna Angelini: viaggio intorno all’Hospice di Loreto

Alla scoperta del reparto dedicato al fine vita dell’Ospedale cittadino, sabato 23 ottobre ore 17 Palazzo Apostolico

Loreto, 22 ottobre 2021 – Non solo medicina, qui si fa anche filosofia. E anche arte. Siamo all’Hospice di Loreto, reparto dedicato al ‘fine vita’ ricavato in un’ala dell’Ospedale Santa Casa nel 2001 e che rappresenta un unicum nel suo genere nelle Marche: nato dalla volontà di alcuni medici di medicina generale di Loreto e dell’allora direttore generale Asur Antonio Aprile, la struttura lauretana è stata concepita con la caratteristica di poter garantire un rapporto uno a uno tra pazienti e medici.

In altre parole: ad ogni ricoverato il suo medico, un professionista con il duplice compito di alleviare il dolore fisico e, al tempo stesso, preparare psicologicamente sia lui che la famiglia alla morte. Un compito delicatissimo. Dunque, medici anche con imprescindibili doti di dialogo e umanità e, soprattutto, medici di medicina generale, ovvero del territorio.

Oggi l’Hospice compie 20 anni, l’occasione giusta per raccontarne le pieghe attraverso il libro ‘La vita che resta’, studio antropologico della dottoressa Arianna Angelini che verrà presentato sabato 23 ottobre alle ore 17.00 a Loreto, presso la Sala Pasquale Macchi del Palazzo Apostolico. Si tratta di un importante momento pubblico per far conoscere più approfonditamente il reparto anche ai non addetti ai lavori, ma soprattutto sarà un’opportunità per riflettere sul futuro di strutture come questa e sulle incognite che gravano intorno ad esse.

Di tutto questo ed altro si discuterà sabato 23 con, tra gli altri, il dottor Alessandro Gambini, medico palliativista nonché Consigliere della Fondazione Pro Hospice, Nadia Storti, direttore generale Asur Marche, Giovanni Guidi, direttore Area vasta 2, Fulvio Borromei, presidente Ordine Medici di Ancona. Saranno presenti anche il delegato pontificio per il Santuario di Loreto Mons. Fabio Dal Cin, il sindaco di Loreto Moreno Pieroni, la presidente della Fondazione Pro Hospice Giovanna Bortoluzzi, il presidente della Fondazione Opere Laiche Italo Tanoni.

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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