A proposito del ponte sullo stretto di Messina

Ci aveva pensato già Plinio il Vecchio nel I secolo d.C.

#Puntoduepuntipuntoevirgola

5 settembre 2020 – Risale a Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) la notizia del progetto di costruzione di un ponte che collegasse la Calabria con la Sicilia. I romani volevano farne uno di barche (e ci sarebbero riusciti), senonché vi rinunciarono perché esso avrebbe di fatto impedito alle navi di attraversare lo stretto.

Periodicamente l’idea venne ripresa in vari momenti storici da Carlo Magno, da Roberto II il Guiscardo, da Ferdinando II di Borbone fino a che nel 1870 l’ingegnere Carlo Alberto Navone non progettò un ponte di 3.300 metri ad una campata unica. La storia non finisce qui. Alla vigilia della II guerra mondiale fu il regime fascista a ripensarci ma ovviamente il conflitto fece naufragare il tentativo.

Un plastico del ponte sullo stretto di Messina (foto CityNow.it)

Poi ancora nel 1952, nel 1957 (aumentarono le campate), nel 1968, nel decennio Settanta e negli anni Ottanta. Ancora nel 1992 il primo governo Berlusconi lo ripropose come progetto definitivo (!) modificato nel 2003 fino a quando, con il III governo del leader di Forza Italia sembrava cosa fatta. Ma fatta non fu, tant’è che essa venne ripresa nel 2008 fino a che nel 2011 il Consiglio di Amministrazione della Società Stretto di Messina approvò un altro progetto definitivo (come disse Giuseppe Prezzolini: In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo).

Ricordo ancora le battute ironiche che i partiti e i giornali dell’opposizione fecero di questo progetto definito faraonico, inutile, degno della megalomania del Paperon de’ Paperoni italiano e via dicendo. Fino a che, recentemente, il leader Giuseppe Conte ha riscoperto la necessità di realizzarlo. Ma siccome il suo predecessore aveva insistito con il ponte in superficie (nello stesso modo in cui lo avevano pensato i romani, cioè en plein air), lui propone di unire il continente all’isola di Sicilia con un tunnel sottomarino.

Hong Kong – Cross Harbour Tunnel, uscita Kowloon (foto Wikimedia Commons)

Io non sono un esperto di queste cose e non so dire quale sia opportuno, come costi e come funzionalità. Ricordo solo che, quando bazzicavo Hong Kong, per andare dall’isola dov’era il mio solito albergo, l’Excelsior, ai Nuovi Territori o alla penisola Kowloon, transitavo quotidianamente sotto il mare, utilizzando il tunnel al posto del lento ferry boat.

Ad Hong Kong viveva stabilmente un amico italiano, maceratese di nascita, che aveva una paura fottuta di utilizzare il tunnel submarino, per cui i nostri appuntamenti oltre l’isola erano sempre sfalsati, andando io in taxi sotto il mare e lui con il traghetto sopra. Non sono mai riuscito a convincerlo a venire con me in auto.

Pensate a quanto è beffardo il destino. Venuto in Italia per una breve vacanza nella sua provincia natia, forse perché non era abituato guidando a tenere la destra, ebbe un incidente stradale nel quale perse la vita. En plein air.

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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