Il M5S osimano entra nel merito della vicenda Cosmo

In un comunicato i pentastellati ripercorrono l’intero iter puntando il dito sia su Pugnaloni sia su Latini

Osimo, 22 febbraio 2019 – Dopo le dichiarazioni del sindaco Simone Pugnaloni (Corriere del Conero, 20 febbraio), seguite alla querelle con Dino Latini di Liste Civiche, anche il M5S osimano entra nel merito della vicenda Cosmo. Pubblichiamo integralmente il loro intervento.

Amministrare una città è una cosa seria, che richiede impegno e senso di responsabilità. Eppure leggendo il ricorso presentato dalla Cosmo contro il comune di Osimo, né le Liste Civiche di Latini, né il PD di Pugnaloni sono stati in grado di comportarsi seriamente.

Ricapitoliamo i fatti: innanzitutto sappiamo che la Cosmo è fallita nel 2015.

La società era presente nel capitale della Adriatica SpA, l’impresa di costruzioni di San Benedetto del Tronto famosa per aggiudicarsi la quasi totalità degli appalti pubblici tra San Benedetto e Ravenna. Osimo non fece eccezione. E al tempo il sindaco, lo ricordiamo tutti, era Dino Latini. Come ricordiamo tutti il suo insensato piano regolatore del 2005, che più e più volte abbiamo criticato per le gravi conseguenze sulla città, come la cementificazione selvaggia e il deprezzamento dei valori immobiliari. La Cosmo, secondo il piano, doveva realizzare svariati interventi edilizi nella zona sud di Osimo, tra cui il parco commerciale delle Coccinelle che poi ha effettivamente costruito.

Gli interventi furono disciplinati da due convenzioni urbanistiche successive, il 07/09/2006 e il 01/08/2012. La seconda in particolare prevedeva che la Cosmo eseguisse i seguenti lavori nella cosiddetta strada di bordo:

  • realizzare una bretella dalla rotatoria di via Montefanese fino a via Linguetta sopra la nuova sede della Lega del Filo d’Oro;
  • adeguare e allargare via Linguetta fino all’incrocio con via di Jesi;
  • costruire una nuova strada che, attraversando i terreni agricoli, si ricongiungesse su via Montefanese (SP361) all’altezza del ponte sul fiume Musone.

Su un costo complessivo di € 2.580.000 circa, la Cosmo doveva sostenerne € 1.850.000, il comune di Osimo € 250.000 e soggetti terzi € 490.000. Ma questi lavori furono eseguiti soltanto in minima parte dalla Cosmo (circa € 260.000), perché appunto fallita.

Già al tempo, nel 2015, il M5S sostenne una dura battaglia per fare chiarezza sulla vicenda. Infatti la legge prevede che i lavori debbano essere garantiti da una fideiussione in favore del comune emessa da un istituto di credito o da un’assicurazione. La ditta tuttavia, approfittando di un’amministrazione comunale distratta (o compiacente?) non ha mai prodotto fideiussioni valide, ma solo pezzi di carta senza alcun valore, rilasciati cioè da soggetti non abilitati. Quando le autorità competenti smascheravano questi intermediari e pubblicavano i loro nomi sulla “black list”, si cambiava intermediario. Un meccanismo collaudato. Ma quando si è inceppato nel 2015 per le difficoltà finanziarie della Cosmo, (con un passivo sull’ordine di quasi cento milioni di euro), il comune si è trovato in mano una “fideiussione fantasma” di 748.000 euro rilasciata dalla FIN.IGEA, società fittizia con socio unico a Malta.

Quindi i lavori della strada di bordo li ha pagati di tasca propria, anzi di tasca nostra. E parliamo di quasi 2 milioni di euro, stando alle parole di Pugnaloni. Accidenti, ci si aspetterebbe un risarcimento del danno da parte della Cosmo! E invece è successo esattamente il contrario: il 29/01/2019 la Cosmo ha chiesto al comune di Osimo un risarcimento di € 4.211.672!

Ma come fa il curatore fallimentare della Cosmo a pretendere una simile cifra dal comune di Osimo? Siamo matti? Cosa c’è sotto? Premettiamo che la giustizia amministrativa e civile dovrà fare il suo corso, ma nelle motivazioni addotte si contestano negligenze e responsabilità da parte delle amministrazioni comunali osimane che, se confermate, sarebbero davvero gravissime.

In primis, la Cosmo chiede la nullità della seconda convenzione che integrava e prorogava la prima del 2006: essendo già trascorsi i 5 anni di durata. Quindi nell’agosto 2012 non si poteva più modificare. Siamo nel 2012, al governo c’erano le Liste Civiche.

Avrà ragione la Cosmo? Non lo sappiamo, ma se fosse così sarebbe davvero un fatto di una gravità inaudita!

La Cosmo sostiene inoltre che il 02/09/2013 i lavori sono stati sospesi in attesa che la Provincia rilasciasse la concessione idraulica. Nel ricorso si sostiene che tale competenza “spetta al comune di Osimo, il quale solo il 05/06/2014 ha effettuato la richiesta alla Provincia di Ancona”: quindi solo 10 mesi dopo la sospensione, di fatto impedendo alla Cosmo di proseguire i lavori e arrecandole danno. Siamo nel 2013, quindi erano ancora le Liste Civiche che amministravano.

Infine la Cosmo sostiene che, dopo la sua domanda di concordato presentata il 02/07/2015 al tribunale di Fermo e accolta il 03/03/2016, il comune di Osimo (stavolta amministrazione Pugnaloni) non si è insinuata nel passivo della società e non ha avanzato alcuna pretesa. “È stato invece intrattenuto un canale di dialogo – giuridicamente improprio – tra il sindaco di Osimo e il legale rappresentante della Cosmo SpA (all’epoca già trasformata in Cosmo Srl in liquidazione), culminato nel verbale di riconsegna delle aree datato 08/05/2017”, che però risulterebbe un atto nullo in quanto firmato da due soggetti che non potevano farlo. Infatti, a detta del curatore fallimentare, il sindaco Pugnaloni difettava dei poteri di dirigente del dipartimento del territorio del Comune di Osimo, mentre il rappresentante legale della Cosmo Srl in liquidazione, non aveva l’autorizzazione del giudice.

Insomma che dire? È una vicenda assurda, ai limiti della farsa. Ma se il ricorso della Cosmo fosse fondato, Osimo si ritroverebbe in un mare di guai. Tutti noi ci troveremmo in un mare di guai! Dopo essere stati danneggiati saremmo addirittura costretti a risarcire chi, in contiguità con le vecchie amministrazioni comunali, quei danni li ha causati. Oltre al danno, la beffa!”

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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