Elezioni Regionali Marche 2020: chi è Maria Teresa Chechile

Cinque domande per presentare agli elettori la scrittrice, poetessa e infermiera jesina candidata consigliere regionale nelle fila del PSI

#intervista promozionale legata all’acquisto di un banner pubblicitario su Corriere del Conero

Jesi, 14 settembre 2020 – A sei giorni dall’apertura dei seggi per eleggere il nuovo Governatore delle Marche, Corriere del Conero incontra alcuni candidati al ruolo di Consigliere regionale. Cinque domande, uguali per tutti, che permetterà loro di farsi conoscere meglio dai nostri lettori. Oggi è la volta di Maria Teresa Chechile, scrittrice, poetessa e infermiera. Dopo essere stata insignita di svariati premi per la sua attività letteraria un po’ in tutta Italia, ora è pronta a scendere in campo anche in politica per le regionali del 20 e 21 settembre prossimi nelle fila del Partito Socialista Italiano.

Jesi – Maria Teresa Chechile, candidata consigliere regionale nelle fila del PSI

Chi è Maria Teresa Chechile?

Sono nata in Svizzera, a Zurigo, il 14 gennaio del 1971. Mi sono poi trasferita a Milano per approdare infine a Jesi nel 1998. Svolgo l’attività di infermiera all’ospedale Carlo Urbani. Date le mie origini campane, sono stata in sostanza adottata dalle Marche. Vivo e lavoro a Jesi da ormai 24 anni. Sposata con un infermiere e madre di 2 figli, mi sono sempre prodigata per il prossimo non solo attraverso la mia professione ma anche grazie alla cultura e alle tradizioni, credendo fortemente nel senso di appartenenza alla comunità.

Perché la sua candidatura alle regionali 2020?

Mi candido alle regionali, e lo faccio con il Partito Socialista Italiano al quale sono iscritta da sempre e che sostiene Maurizio Mangialardi come presidente, sia per tradizione storica che familiare. Lo faccio attraverso il ricordo di quel garofano che mio padre portava all’occhiello e di quel Presidente, Sandro Pertini, sull’esempio del quale sono cresciuta incarnando i sentimenti di libertà e di coesione sociale che, come una ventata di freschezza, hanno impresso in me tutto il senso di responsabilità verso ogni cosa, ogni persona, ogni dovere.

Maria Teresa Chechile

Tre punti essenziali del suo programma

L’ Italia è prima in un crescendo di analfabetismo funzionale. La capacità di elaborare e sviluppare progetti di produttività e di comprensione non trova attuazione ed è fallimentare. Occorre saper fare le cose e attuarle. Farle bene con inventiva, creatività, ingegneria, utilità, e che funzionino per la collettività . Quindi, rielaborare nuove formule culturali e di sviluppo territoriale.
La sanità deve non solo curare ma fare prevenzione attraverso l’uso della tecnologia. La regione Marche deve implementare la telemedicina con rete clinica territoriale univoca e di assistenza; abbattere le liste di attesa e garantire le prestazioni su base mirata, univoca e di specialistica. Il dissesto idrogeologico non è un fenomeno legato solo ai cambiamenti climatici, ma ad una serie di concause come il depauperamento e lo sfruttamento del sottosuolo e del terreno in superficie. Occorre recuperare il verde, i terrazzamenti, le colline e le pianure alluvionali con rimboschimenti. Subito però, non è rimandabile ai posteri.

Le due cose che ama di più della nostra regione

Amo il cibo e il vino, nostre eccellenze internazionali; con vigneti di natura autoctona come ad esempio la lacrima di Morro D’Alba o i moscioli di Portonovo.

Mandi un messaggio agli elettori marchigiani

Agli elettori propongo un diverso modo di approcciarsi alla politica, specialmente per i giovani. Un modo non urlato o improvvisato, ma fatto di attenzioni costanti e d’impegno verso il territorio. Ai cittadini in generale, invece, chiedo di essere partecipi della vita politica. Ci coinvolge tutti, sempre e comunque. Decide di noi e del nostro futuro.

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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