Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

Revenge Porn: c’è la galera fino a sei anni

La Camera vota compatta sulla vendetta pornografica social. Punito anche chi riceve le immagini da terzi e le diffonde

3 aprile 2019 – Intanto, diciamolo subito: la più grossa stupidaggine che la Commissione Giustizia della Camera potesse fare era titolare Revenge Porn l’emendamento che affronta il tema della vendetta pornografica sui social. Questa abitudine di usare titoli inglesi per le norme e le leggi che si varano nel nostro Paese è una vera e propria idiozia. Un escamotage di una bassezza e ignoranza abissale messo in atto dai nostri politici per confondere le acque al popolino e tagliarlo fuori dalla comprensione di ciò che decidono e mettono in atto.

Si credono furbi i nostri politici invece, così facendo, dimostrano di non perdere occasione per dimostrare quanto siamo provinciali e succubi di una globalizzazione che con la politica interna ha poco a che fare. Le leggi italiane le devono capire gli italiani, mica gli inglesi o gli australiani!

Detto questo, torniamo alla vendetta pornografica. L’emendamento è stato votato alla Camera all’unanimità: 461 sì e nessun contrario. Con i deputati di FI e PD talmente esaltati che si sono alzati in piedi per applaudirne l’approvazione: per una volta uniti e compatti di fronte al tema della pornografia… Un risultato contrastato, quello dell’approvazione, che per essere portato a casa ha costretto la Lega a ritirare l’emendamento sulla castrazione chimica per i pedofili.

Ora l’iter passerà al Senato, ma il risultato schiacciante della votazione di ieri fa supporre che non avrà nessun tipo d’intralcio e che si arriverà alla operatività della legge in tempi brevissimi.

Dunque, rivoluzione nel web e sui social come Facebook e Instagram. Chiunque manderà in rete immagini intime o sessualmente esplicite senza il consenso del soggetto ritratto – magari per vendicarsi di un tradimento, o per esaltare le proprie prestazioni sessuali con tizia o caia, o perché è stato lasciato/ta dal partner e mira ad una pubblica vendetta – verrà punito con il carcere da uno a sei anni e con una multa fino a 15mila euro.

Un gran passo avanti che, ci auguriamo, porrà fine ad uno dei peggiori utilizzi dei social. Non va dimenticato che tale pratica, non più tardi di qualche mese fa, ha portato alcune vittime a togliersi la vita per non essere riuscite a superare la pubblica gogna mediatica cui erano state sottoposte.

C’è ancora un passo che andrebbe fatto per rendere i social più sani: vietare la pubblicazione delle foto di neonati e figli minori nelle più svariate occasioni. Nascite, battesimi, compleanni dei fanciulli sono fatti privati, intimi, e tali dovrebbero restare. I genitori intelligenti lo sanno. Pubblicare le foto dei bambini sui social, dal punto di vista di un pedofilo, è come invitare un inguaribile ghiottone di dolci in pasticceria!

 


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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