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Quel ragno nero dell’Alzheimer

Aumento esponenziale di questa grave forma di demenza

Camerano, 24 gennaio 2020 – Diciamolo subito: nulla contro i ragni! Ma quel loro tessere la tela per catturare le vittime che trasformeranno in cibo ha richiamato nel mio immaginario l’immagine di una trappola filiforme e invisibile che attanaglia il cervello delle persone per poi succhiarvi linfa vitale (foto). Un processo fantasioso, ne convengo (forse non poi tanto), ma è così che vedo la grave forma di demenza in crescita esponenziale che va sotto il nome di Alzheimer.

52 milioni di malati nel mondo nel 2020, con una previsione di oltre 160 milioni di malati entro il 2050 secondo le previsioni degli analisti del Rotary Club Roma Capitale, fanno di questa forma di demenza una delle più care da curare con un costo globale che oggi si aggira sui mille miliardi di dollari.

In Italia, 1,2 milioni di malati,  il costo medio annuo per malato è pari a 71mila euro, comprensivo delle spese a carico del Servizio Sanitario Nazionale e dei costi indiretti che ricadono sulle famiglie o sulle organizzazioni di sostegno. Un impatto economico che si aggira intorno a 85 miliardi di euro annui. Una cifra che è 8 volte superiore rispetto al dato ufficiale riferito ai costi diretti – di cui il 73% a carico delle famiglie – che ufficialmente ammontano a circa 11 miliardi di euro.

Nella Regione Marche, una delle più longeve del panorama nazionale con una popolazione ultra 65enne che nel 2009 raggiungeva le 350.016 unità (il 22,4% della popolazione totale), la patologia d’Alzheimer solleva ancora maggiori preoccupazioni nell’ambito sociale e sanitario: secondo i dati della Multiscopo la prevalenza dell’Alzheimer nel 2005 era pari al 2,2%; con un picco del 6,8% presso la popolazione ultraottantenne (Istat 2008).

Numeri e costi pazzeschi per questo ragno nero capace di distruggere in molti casi le finanze e la psiche di tante famiglie. Perché, diciamolo subito, solo chi ha avuto in casa un malato d’Alzheimer sa cosa significhi averne a che fare. Una patologia che se da una parte annulla le capacità mnemoniche, i ricordi, i freni inibitori del malato, dall’altra distrugge psicologicamente i parenti che lo curano o che ne hanno a che fare, incapaci d’accettare la profonda e continua trasformazione del proprio caro.

Condivido un ricordo penoso. Andavo quasi tutti i giorni a trovare mio padre malato d’A. Lui veniva ad aprirmi la porta, mi salutava cordialmente. Ci sedevamo al tavolo e per un’oretta, sorseggiando un caffè, parlavamo del più e del meno. Alla fine mi alzavo per tornare in ufficio. Lui mi accompagnava alla porta, mi stringeva la mano e avvicinando il viso al mio orecchio sussurrava: “Mi ha fatto piacere la tua visita, torna a trovarmi ma scusami, mi dici come ci conosciamo e come ti chiami?” Me lo sussurrava ad ogni visita.