Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

Quant’è difficile parlare di stupefacenti

Le reazioni sconcertanti sui social del soliti leoni da tastiera

11 settembre 2019 – Pubblicare sui social articoli che riguardano lo spaccio e il consumo di sostanze stupefacenti, scatena l’ira, il sarcasmo e la derisione dei tanti leoni da tastiera. In particolare, quando si parla di arresti per il consumo di marijuana, il giornalista viene letteralmente aggredito: “Notiziona!”, “fai ridere!”, “una canna non ha mai fatto male a nessuno!”, “la marijuana non è droga!”, il tenore più blando dei post di chi, evidentemente, deridendo la notizia conferma d’essere un consumatore. E, se non lo è, conferma d’essere un emerito ignorante dal momento che difende qualcosa che non conosce.

Due casi fra i mille che ogni mese vengono segnalati. Pesaro, 3 settembre: una 39enne pesarese va a trovare il fidanzato nel carcere circondariale di quella città e viene trovata in possesso di marijuana nascosta nel reggiseno e nella borsetta. Droga destinata ovviamente al detenuto. In casa, gli agenti della Polizia penitenziaria le trovano una pianta di cannabis. Arrestata per detenzione ai fini di spaccio per aver tentato d’introdurre illecitamente sostane stupefacenti in carcere.

Fermo, 10 settembre: da anni, il figlio di un’anziana invalida minacciava, picchiava con pugni e schiaffi la madre per avere da lei i soldi per acquistare droga. Al punto da mandare l’anziana più volte al pronto soccorso. In un’occasione, l’aveva addirittura sequestrata in casa, chiusa a chiave in una stanza e privata del cellulare affinché non potesse chiedere aiuto. Gli agenti della Questura di Fermo l’hanno rinchiuso in carcere.

Scatenatevi, leoni da tastiera! Nella comunità di recupero per tossicodipendenti di San Patrignano, sono ospitati circa 1.300 ragazzi. Una recente indagine, dove si chiedeva loro come e perché si fossero avvicinati alla droga, il racconto era sempre lo stesso: “Ho iniziato fra amici consumando spinelli alla marijuana, per poi passare alla cocaina, all’eroina, agli acidi e al primo buco…” Milletrecento storie partite tutte da lì, dall’innocuo consumo di spinelli! Milletrecento storie che raccontano, tutte, di una dipendenza che porta distruzione, delinquenza, morte. Con una voglia indicibile di uscire da quel vortice per tornare ad essere una persona normale.

Scatenatevi, leoni da tastiera! Che piaccia o no, la marijuana, in moltissimi casi (non tutti, per fortuna), è la porta d’ingresso verso la distruzione di sé e dei propri cari. Corriere del Conero, nonostante i post di derisione di alcuni lettori (pochi, per fortuna), continuerà a pubblicare certe notizie. Se anche un solo lettore, leggendole, dovesse rinunciare a fare certe esperienze, significherà che ne è valsa la pena.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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