Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

L’odissea di un vero malato anconetano

La totale inefficienza organizzativa delle prenotazioni visite ed esami nei vari Cup

Ancona, 7 luglio 2020 – Metti che una mattina ti svegli (è il 2 luglio), vai in bagno e ti accorgi d’avere un problema serio. Molto serio. Che fai? Fai quello che ha fatto un nostro lettore: chiami subito il tuo medico curante e gli esponi, telefonicamente, il problema. Lui, solerte e professionale, ti prescrive tutta una serie di esami e visite specialistiche urgenti, e sottolineo urgenti, da prenotare entro tre giorni. Sì, ma dove prenotare? “Al Cup della Regione Marche”, la risposta secca del medico.

Torni a casa e telefoni al Cup regionale, che ha due linee dedicate. Una se chiami con cellulare, un’altra se chiami da fisso. Provi dal fisso, non risponde nessuno. Riprovi, e una voce femminile registrata t’implora di chiamare in un altro momento: “Non possiamo dare seguito alla sua richiesta, siamo troppo intasati”, è il succo del messaggio. Aspetti dieci minuti e riprovi. Stesso messaggio, e così via per qualche ora.

Allora provi dal cellulare. Nessuna risposta. Riprovi ancora e alla fine una voce femminile registrata t’informa che sei il 160esimo utente in lista d’attesa. Metti in vivavoce e aspetti. “La informiamo che lei è il 156esimo…” informa la voce. Dopo un po’: “è il 144esimo”… dopo un po’: “è il 121esimo…” e così via finché, dopo un’ora, un’operatrice in carne ed ossa risponde per dirti: «Il Cup regionale non prenota le visite urgenti, deve andare al Cup del suo Comune». Tu, piuttosto incavolato, la mandi a stendere. Lei, dopo un po’ ti richiama dal suo cellulare privato: “Abbi pazienza – dice sommessamente  – la colpa non è nostra ma della Regione che non apre gli sportelli al pubblico”.

Il giorno dopo, che è venerdì, vai al Cup comunale. Fai un’ora di fila con tanto di mascherina d’ordinanza. Quanto tocca a te, l’addetta in camice bianco si mette di fronte al computer e prova a prenotarti. Dopo mezz’ora buona di tentativi andati a vuoto (spiegando che ti sta facendo un favore), alza le mani: “mi spiace, il computer non mi permette nulla”. Allora tu, malato vero, fai un tentativo: “Se può, il favore me lo faccia fino in fondo. Le lascio tutto, lei provi con calma e quando ha fatto mi chiama e vengo a ritirare”. “Buona idea, fa lei, la chiamo nel pomeriggio”.

Nel pomeriggio lei chiama per dirti che non ce l’ha fatta. Che le prenotazioni urgenti vanno fatte al Cup dell’Inrca più vicino. Nella fattispecie, Osimo. Torni al Cup del tuo Comune – con l’incazzatura silenziosa che ti fa rizzare i capelli in testa – e ritiri le ricette urgenti. Il mattino dopo, è sabato 4 luglio, vai al Cup di Osimo. L’addetta ti prenoterebbe anche le visite e gli esami per il lunedì, ma per allora le ricette saranno scadute e dunque non è possibile. Tu gli spieghi che se saranno scadute la colpa non è tua ma del loro sistema che non funziona e dell’incapacità a trasmettere al cliente le giuste informazioni. E gli racconti la tua odissea. Rammentandogli, cosa non di poco conto, che il tuo è un problema serio.

Lei, mossa a compassione, chiama l’ambulatorio e spiega. Dall’altro capo del filo le danno l’ok per il lunedì mattina, 6 luglio, alle 9. Tu ringrazi e te ne vai, senza che ti sia stato dato uno straccio cartaceo a conferma dell’appuntamento. Il lunedì mattina sei puntualissimo alle 9 nella sala d’attesa dell’ambulatorio che è già gremita. Un infermiere entra ed esce dall’ambulatorio smistando il traffico manco fosse un vigile urbano e fa entrare le persone a sua discrezione. Ti avvicini e gli domandi quand’è il tuo turno. “Come si chiama? Che deve fare? Dov’è la prenotazione?” domanda lui e se ne va. Morale. Il medico ti riceve dopo tre ore esatte di sala d’attesa. E, per poter procedere alla visita, ti chiede il test del PSA. “Lo faccio il 10 luglio” gli rispondi tu.

Conclusione. Il nostro lettore, che avrebbe dovuto fare una visita urgente entro il 4 luglio, se l’è vista spostare al 14 luglio. Dieci giorni entro i quali sarebbe potuto morire alla sera, risorgere la mattina successiva e morire di nuovo la sera dopo per almeno dieci volte, nella totale indifferenza di tutti i componenti la catena: dall’addetta allo sportello del Cup al medico specialista. E si badi bene, il Covid-19 non c’entra nulla. C’entra un’oscena organizzazione del sistema messo in atto e tanto decantato a suo tempo dai vertici regionali in scadenza di mandato, per fortuna. Chissà se prima di lasciare le poltrone a qualcun altro, questi politici troveranno il tempo di vergognarsi. Non tanto, almeno un po’, giusto il tempo di chiedere scusa ai marchigiani.

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Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

FNSI: ecco a voi l’Informazione italiana!

La denuncia, fatta a pagamento, del sindacato dei giornalisti


17 ottobre 2021 – Oggi, sui principali quotidiani nazionali, la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), ha pubblicato – a pagamento – una denuncia su quella che è la situazione in cui versano i giornalisti e l’informazione in Italia. Di seguito, il testo integrale:

Il diritto dei cittadini a essere informati è sotto attacco. I giornalisti sono nel mirino di organizzazioni criminali e neofasciste. Vengono quotidianamente intimiditi, minacciati, picchiati per via del loro lavoro.

Una crisi senza precedenti mette in ginocchio il settore dell’editoria. L’occupazione è sempre più precaria. Migliaia di giornalisti sono costretti a lavorare senza diritti, senza tutele, e con retribuzioni indegne di un Paese civile.

Governo e Parlamento dimenticano l’articolo 21 della Costituzione. Non vogliono fermare le querele bavaglio. Non vogliono norme per l’equo compenso e per contrastare il precariato.

Lasciar affondare l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani significa dare il via allo smantellamento progressivo dell’autonomia e del pluralismo dell’informazione, pilastro di ogni democrazia. Governo e Parlamento non lascino morire l’informazione italiana”.

Intanto, non è assurdo che FNSI (sindacato unico e unitario dei giornalisti italiani che, a loro nome, stipula con le organizzazioni datoriali dei vari settori dell’informazione i contratti collettivi nazionali di lavoro giornalistico), per una tale denuncia debba pagare uno spazio sui giornali?

Poi, diciamocelo: la denuncia, sacrosanta, purtroppo vera, dai contenuti più che condivisibili, arriva con grave ritardo ad accusare un sistema in atto nel Paese da almeno vent’anni. Certo, meglio tardi che mai, ma adesso la Federazione, in quanto sindacato, si dia una mossa con azioni concrete per sovvertire l’andazzo: non bastano le parole di denuncia, occorrono i fatti!

Articolo 21 della Costituzione

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”.

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