Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

Invertendo gli addendi la somma non cambia

Una persona può vivere con gli organi fuori posto?

10 aprile 2019 – La struttura umana è una macchina perfetta? Lo è, dalla punta dei capelli a quella dei piedi siamo costruiti e rifiniti così bene, con tutti gli organi, i muscoli, i fasci di vasi sanguigni, le ossa, distribuiti al nostro interno in modo così funzionale ed equilibrato nella loro complessità che più approfondisci gli studi del corpo umano, più ti domandi come sia possibile che una tale struttura funzioni così bene nel tempo.

Certo, ogni tanto anche questa macchina perfetta necessita di una revisione, di un tagliando, di un aiutino qui e là ai vari sistemi ‘integrati’, così tanto sollecitati dall’esterno da virus, inquinamento, alimentazione sbagliata. Ma l’equilibrio interno è così miracolosamente perfetto da far sì che si continui a durare nel tempo sempre più. Pur consapevoli che comunque una scadenza la natura l’ha fissata anche per noi.

Si può vivere fuori da questo equilibrio? Razionalmente, no. Invece sì, e la prova arriva dall’Oregon, negli Stati Uniti, dove una donna è morta a 99 anni per cause naturali senza sapere di aver vissuto con molti organi interni invertiti.

Rose Marie Bentley ha donato post-mortem il suo corpo all’Università di Portland, e solo la dissezione del cadavere ha permesso ai medici di fare la scoperta. La donna aveva atrio e ventricolo sinistro del cuore a destra, e aveva invertiti anche fegato, stomaco e intestino.

È stata sempre in buona salute, tranne un cronico bruciore di stomaco, probabilmente dovuto alla sua particolarità. Si è sposata e ha generato cinque figli. La vicenda mi riporta alla mente una delle proprietà basilari dell’addizione in matematica: “Cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia” che, traslata alla nostra struttura fisica interna vorrebbe poter significare: affinché il nostro corpo funzioni al meglio, occorre che gli organi necessari ci siano tutti. poi non è così importante dove siano posizionati.

Un’unica riflessione, al di là delle facili ironie. Chissà quante volte Rose Marie, nell’arco della sua 99ennale esistenza, si è portata le mani al fegato per tentare di mitigare quel cronico bruciore allo stomaco, ignara del fatto che si stava toccando la parte sbagliata.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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