Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

C’era una volta un sacchetto dell’immondizia…

…che da oggi non c’è più!

31 maggio 2019 – Vi racconto una favola, una di quelle belle favole a lieto fine. Una di quelle favole dei tempi moderni che andrebbero raccontate ai bambini di oggi se i genitori di oggi avessero tempo e voglia di raccontarle ancora, certe favole. Magari, con annessa pure la morale. Una favola nata sui social qualche giorno fa e morta sui social proprio ieri.

C’era una volta, in un paese immaginario chiamato Sirolo, un bel sacchetto dell’immondizia verde fosforescente, uno di quelli da utilizzare per la raccolta differenziata.

«Babbo, cos’è la raccolta differenziata?»

Zitto, figliolo, ascolta e lasciami continuare, sei troppo piccolo per poter assimilare certi concetti e meccanismi partoriti dalla mente degli adulti. Dunque, era un bel sacchetto dell’immondizia verde fosforescente, fiero di esserlo, perché convinto d’essere stato concepito per fare del bene al prossimo. Una vita breve la sua, giusto il tempo d’essere costruito, riempito e smaltito in discarica.

«Babbo, cos’è la discarica?»

È un posto dove la gente butta via tutto il superfluo, quello che ingombra, le cose rotte, i rifiuti che produce. Spesso, la gente ci butta via anche i propri ricordi quando fa male vederseli intorno. Ma torniamo al sacchetto. Qualcuno, qualche giorno fa, lo ha preso, riempito di cartoni vuoti della pizza e lasciato per strada, anziché smaltirlo correttamente nei cassonetti dell’immondizia.

«Un maleducato, vero Babbo?»

Sì, molto maleducato. Qualcun altro ha visto il sacchetto abbandonato per strada e anziché smaltirlo, anche se non era suo, lo ha lasciato lì, lo ha fotografato e ha postato la foto su Facebook lamentandosi dell’inciviltà di quell’ignoto che lo aveva abbandonato vicino casa sua. Il giorno dopo il sacchetto era ancora per strada, altra foto e altra lamentela. Senza che qualcuno intervenisse. Dal canto suo, il sacchetto verde fosforescente era molto arrabbiato e deluso. “Che ci faccio qui – si domandava – tutti a farmi foto, tutti che si lamentano e nessuno che mi porta in discarica. Se almeno avessi le gambe…”.

La storia è andata avanti per giorni, su Facebook ormai era diventata un caso. Tutti a postare lamentele sulla maleducazione, sulla disorganizzazione, sul menefreghismo, sull’inciviltà. Ma quel sacchetto non lo spostava nessuno. Finché, dopo vari giorni, un signore che passava di lì, stufo di tutte quelle lamentele inutili ha fermato la macchina, è sceso, ha raccolto il sacchetto e lo ha portato in discarica. Fine della storia, delle foto e dei post inutili. E fu così che il sacchetto verde fosforescente finì la sua vita felice e contento in discarica.

«Babbo, e la morale?»

Nella vita, figliolo, contano i fatti. E il senso civico. Le parole stanno a zero. Adesso rallento la macchina, tu tira giù il finestrino e getta la bottiglietta vuota dell’acqua lungo il ciglio della strada con tutta la forza che hai. Sbrigati però, che facciamo tardi a scuola!


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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