Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

“The show must go on”

peste, colera o coronavirus: che differenza fa?

“ Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera banca
!”

è un verso, celeberrimo, della poesia “Le ultime ore di Venezia”del patriota e poeta vicentino Arnaldo Fusinato (Schio, 1817 – Verona 1888). Me la fecero studiare a memoria a scuola circa sessant’anni fa e, ovviamente, allora non ne compresi affatto il significato. Ma chissà com’è o come non è m’è rimasta in testa.

Il componimento, scritto intorno al 1848/49, è un omaggio all’incredibile resistenza della città di Venezia all’assedio delle truppe austriache durante le guerre d’indipendenza. E anche allora la città lagunare dovette soccombere al nemico per le troppe malattie dei suoi abitanti falcidiati da un’epidemia di colera (il morbo infuria… il pan ci manca…).

Sarà, forse, proprio per quel verso incalzante fra le strofe del Fusinato che in questi giorni di pandemia da Covid-19 la lirica m’è tornata in mente. Una sorta di simbiosi, di stretto rapporto se vogliamo, tra le sofferenze dei veneziani di allora e gli italiani di oggi. Come se il far rivivere quelle lontane sofferenze potesse in qualche modo esorcizzare le angosce, le clausure e le resilienze di oggi.

In verità, non c’è paragone alcuno. Da quel colera a questo Covid son passati 172 anni: un’eternità riempita da un’evoluzione sociale e medico/scientifica senza precedenti. Per provare a rendere l’idea, all’epoca si moriva di Pellagra; oggi in Italia nessuno sa cos’è. All’epoca, la mortalità infantile fino a 5 anni viaggiava intorno al 50% dei nati (forse anche più); oggi siamo intorno al 2/3% circa (forse anche meno).

A Venezia, in quella metà di ottocento, a rendere impossibile la lotta contro il colera c’era una guerra in atto contro gli austriaci; oggi, in Italia, la guerra in atto è proprio contro il coronavirus. Combattuta con armi sanitarie potentissime ed impensabili rispetto a quelle che avevano a disposizione quei veneziani. Che infatti, quella guerra la persero. Senza sapere fino in fondo chi ringraziare (o maledire): se Napoleone Bonaparte,che li vendette ai borbonici; se i borbonici, che volevano annetterli; se il colera, che tolse loro forze e uomini per resistere all’assedio.

Tornando all’oggi, ancora non è dato sapere se noi vinceremo questa guerra subdola e sconosciuta contro il coronavirus. Dopo 9 mesi di battaglie combattute a suon di tamponi, terapie intensive, zone rosse, milioni di positivi, mascherine e gel igienizzante, sul campo delle corsie d’ospedale, nelle terapie intensive e nelle clausure delle Rsa abbiamo già lasciato oltre 50mila morti. E altri ne lasceremo prima dell’arrivo risolutore di un vaccino efficace. Tra un anno o due, inoltre, a queste morti dovremo sommare quelle delle attività economiche che non avranno superato la crisi prodotta da chiusure e limitazioni varie.

Ne usciremo, è fuor di dubbio. Così come Milano uscì dalla peste e Venezia dal colera: l’umanità ha sempre superato le varie pandemie che si sono succedute nei secoli, pagando di volta in volta prezzi elevatissimi in termini di vite umane. Ripartendo, ogni volta, con nuove consapevolezze e aspettative. Trovando sempre nuovi slanci e dimenticando in fretta. The show must go on (lo spettacolo deve continuare), scrive Brian May nell’omonimo pezzo portato al successo dai Queen. Aggiungendo, nella riga successiva del testo, Inside my heart is breaking, il cuore mi si sta spezzando dentro… Quello stesso cuore, a mio avviso, che scrisse: il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola, bandiera bianca; solo, con qualche battito e qualche consapevolezza in meno dovuta ai tempi e alle armi spuntate.

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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