Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

Andrà tutto molto peggio!

Sono lontani ormai i tempi del “Andrà tutto bene!”

18 ottobre 2020 – Ricordate? Eravamo partiti a marzo-aprile con gli striscioni/slogan “Andrà tutto bene!” Poi siamo passati a quelli di settembre: “Pensavo andasse meglio!” Fino ad arrivare ai giorni nostri con gli ultimi: “Andrà tutto molto peggio!”

Tre momenti dell’anno , dall’inizio della pandemia ad oggi, che al di là della facile ironia e del massimo della sintesi, fotografano puntualmente quel che eravamo, quel che siamo stati e quello che saremo: nudi, inermi ed impotenti di fronte all’evoluzione di un virus prima subìto per paura, poi accettato (spesso ignorato) come un fastidio passeggero e noioso, infine maledetto per gli effetti che ha prodotto e che produce a distanza di otto mesi dalla sua comparsa subdola, silenziosa e mortalmente letale.

Un’entrata da coup de theatre sulla scena della nostra esistenza, del nostro quotidiano, del nostro lavoro e all’interno delle nostre famiglie, la sua, così improvvisa e ad effetto che con una potenza deflagrante e inimmaginabile ci ha stravolto tutto: vita, affetti, certezze, abitudini. E siccome tanti di noi non ci stanno, incapaci di accettare ciò che proviene da qualcosa d’invisibile e silenzioso, ecco che dopo un primo momento di puro sgomento siamo diventati imprudenti, menefreghisti, negazionisti.

Come le cicale, a quarantena primaverile terminata, arrivato il tepore dell’estate con la sua promessa di salute e libertà ci siamo lasciati andare all’euforia della movida, alle vacanze spensierate all’estero, ad una libertà pretesa come diritto inalienabile perché: “l’uomo è nato libero; i giovani hanno il diritto di viversi la propria vita; gli anziani muoiono perché tanto sarebbero morti comunque con tutte le loro malattie pregresse; perché è tutto un complotto per tenerci sotto scacco…

Con l’Italia divisa in tante fazioni. Da una parte quei commercianti e operatori del turismo delle grandi città che neppure hanno aperto, lasciando a casa e in difficoltà migliaia di dipendenti; dall’altra i loro colleghi che operano lungo le coste marine che hanno staccato profitti superiori agli anni passati. Da un’altra parte quelli che hanno ricevuto aiuti economici e cassa integrazione dallo Stato contrapposti a quelli che hanno visto solo qualche centesimo per un mese e poi più nulla. E ancora, il fronte di chi pretende che la scuola funzioni regolarmente contro quello a cui sta bene far studiare i figli da casa via computer…

Siamo in piena seconda ondata da coronavirus, le terapie intensive degli ospedali stanno tornando a riempirsi, i centri – Covid sono in preallarme, viaggiamo ad una media di 10mila nuovi casi positivi e 50 morti giornaliere in crescita esponenziale. Siamo circondati da Paesi come Spagna, Francia, Germania e Inghilterra che stanno molto peggio di noi e impongono chiusure e coprifuoco, e ancora siamo qui a discutere e a prendercela con chi ci governa per le troppe restrizioni imposte reclamando a gran voce il diritto a fare quel che ci pare.

Senza il minimo rispetto verso chi di Covid-19 muore ogni giorno e verso chi le restrizioni le mette in pratica perché ha rispetto di se stesso e degli altri. Senza la minima capacità o volontà di obbedire alle regole, perché sprovvisti di quello che si chiama senso civico, senso del dovere, cultura nazionale. Noi italiani non siamo mai stati una comunità. Siamo cani sciolti che vagano a testa bassa e la lingua penzoloni seguendo l’usta del personale egoismo e del singolo profitto. Una volta che abbiamo mangiato, non ci domandiamo se è rimasto qualcosa anche per gli altri.

Certo, non siamo mica tutti così. Quelli buoni, sani, consapevoli, rispettosi, esistono. Sono sparsi un po’ ovunque. Sono quelli nascosti dietro a una mascherina, quelli che ti stanno minimo a due metri, quelli che si tirano su le maniche e che anziché dare colpe a destra e manca provano ad organizzarsi come possono per far fronte a una disgrazia indicibile che non hanno cercato, che non gli è stata imposta dall’alto, che fa parte delle tante disgrazie che la vita porta con sé.

Stiamo vivendo una guerra batteriologica sconosciuta che è peggio di quella delle bombe vissuta dai nostri nonni. E le guerre, si sa, fanno morti e feriti, fanno prigionieri. Riducono sul lastrico, fanno esplodere fortune inaspettate, cambiano i destini. Quel che è peggio, è che questa guerra non l’ha dichiarata nessuna Nazione. E gli Stati del mondo sono in difficoltà economica, sociale e sanitaria. Non sappiamo neppure quanto durerà. Sappiamo, però, che solo il genere umano potrà fare in modo che duri il meno possibile.

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Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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