Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

A proposito dei Fondi Europei

“Meno canti di gioia e più volontà di cambiare registro. Rimboccarsi le maniche. Tutti”

22 luglio 2020 – Dunque all’Italia non è andata male, va riconosciuto. Al Presidente Giuseppe Conte va dato atto di aver operato con tenacia e determinazione contro agguerriti nemici (Olanda, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia), potendo contare su un appoggio concreto dell’asse Parigi-Berlino e con la solidarietà cointeressata di Spagna e Grecia.

Al nostro Paese andranno un totale di 209 miliardi di cui 82 a fondo perduto e 129 di prestito da restituire in trenta anni dal 2026 al 2056. Ripeto, è andata bene, anche perché il granitico fronte avverso ha subito una parziale defezione della Danimarca.

La decisione è stata salutata da molta stampa e dalla maggioranza delle forze politiche innalzando peana agli dei dell’Olimpo. Ma attenzione, perché il difficile viene adesso. Nonostante l’altra grande vittoria del premier Conte sia consistita nel far sì che i giudizi sui progetti da verificare meritevoli dell’erogazione non saranno sottoposti alle forche caudine di un solo Paese, come avrebbero voluto l’olandese Mark Rutte e l’austriaco Sebastian Kurz, seguiti dai loro soci del nord Europa, ai quali evidentemente il caso dell’ONU non ha insegnato niente: infatti, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è sufficiente che un Paese membro permanente si esprima negativamente su qualsiasi proposta di risoluzione per bocciarla, la qual cosa rende praticamente inutile una struttura che costa enormemente alle casse dei 193 Paesi che la compongono.

Non si creda che l’erogazione dei fondi europei sia automatica: passa attraverso l’approvazione di progetti dettagliati e ritenuti fattibili negli ambiti del sistema pensionistico, del lavoro, della giustizia, della pubblica amministrazione, dell’istruzione e formazione, della sanità. E per redigere questi piani e renderli credibili occorrono competenze vere (non quelle degli amici degli amici, degli amici di merende o delle tessere partitiche): ce ne sono ancora in giro disposte a lavorare seriamente ma senza indebiti condizionamenti ideologici, demagogici, corporativi.

I Paesi del nord, infatti, continueranno a tenere i fucili puntati, loro che si definiscono frugali a fronte di altri popoli denominati, per converso, prodighi o spendaccioni. Perplessità, queste, che onestamente capisco, anche se, da italiano, non le faccio mie. E le capisco proprio guardando al mio Paese che non rispetta le regole neanche se l’ammazzi (guardate quel che succede nei confronti di tutti gli adempimenti da tenere per non finire uccisi dal Coronavirus, regolarmente disattesi da gran parte della popolazione e con una classe dirigente incapace di farli rispettare).

Un Paese, l’Italia, con il debito pubblico più alto dei paesi industrializzati; con il peggior regime fiscale dell’intero continente e, forse, del mondo; di conseguenza, anche con un quoziente elevatissimo di evasione; con la corruzione diffusa in ogni ambito (dal vertice alla base della piramide sociale); con la rinuncia all’intraprendere, svilendo il lavoro e disconoscendolo come valore, merito, virtù sociale; con l’acquisita abitudine, dinanzi a qualsiasi circostanza avversa e negativa, a chiedere sussidi allo Stato padre-padrone; con una classe dirigente, a livello politico, di basso profilo, litigiosa, parolaia, connotata da un provincialismo inaudito; con una criminalità organizzata che ha mutato la propria natura trasformandosi in idrovora la quale consuma soprattutto danaro pubblico con azioni delinquenziali difficili da estirpare; con una burocrazia onanista e autoreferenziale il cui scopo è ritardare o bloccare qualsivoglia iniziativa: il miracolo della ricostruzione del ponte Morandi di Genova, il primo caso dall’inizio della storia repubblicana, portata a termine in soli due anni, sta lì a dimostrare che la si può decapitare, se si vuole, ma appunto, se si vuole. E mi fermo qui per carità di Patria.

Dunque, meno canti di gioia e più volontà di cambiare registro, compiendo un gesto facile e produttivo che è quello di rimboccarsi le maniche. Tutti.

di Armando Ginesi

@ riproduzione riservata


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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