Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

70° Festival di Sanremo 2020 – 3

Cantico dei Cantici: strapagata la lettura hard di Benigni

Sanremo, 7 febbraio 2020 – Non te lo chiedo più, tanto lo so che non l’hai guardata la terza serata del Festival di Sanremo, quella dei duetti e delle cover… Cosa, l’hai guardata!? Non ci posso credere, come mai? Ah, capisco, avevi la febbre e ti serviva qualcosa per addormentarti il prima possibile.

Allora, sai che c’è? Dal momento che tu per una sera sei diventato spettatore, prendo il tuo posto e, per una sera, mi trasformo in denigratore. Allora… Fermo restando quanto sia vero che ieri sera sul palco dell’Ariston è sfilata gran parte della storia pop musicale italiana, da Nilla Pizzi a Junior Cally, ‘sta cosa delle cover la ritengo inutile ai fini della gara canora. In primis, perché l’appesantisce allungando il brodo, in secundis perché per me una cover deve rispettare l’originale, se lo stravolgi, gli cambi il testo e ne aggiungi dell’altro, incidi nel mio immaginario costretto ad un confronto il più delle volte impietoso.

Vuoi che faccia i nomi? No, però ti dico che Nilla Pizzi e Umberto Bindi ieri sera si sono rivoltati nella tomba. Così come si sono rivoltati tutti i tifosi interisti vedendo Amadeus (foto 1) con indosso la maglia della Juventus (lui è un interista sfegatato). Cosa non si fa per il dio denaro!

Condividi? Ah, vuoi che sia più cattivo… Bene. Ieri sera m’è mancato tanto Fiorello. Avrei preferito lui alla performance di Roberto Benigni (foto 2) che ha letto (non cantato, letto), la sua cover del Cantico dei Cantici in versione hard. Un testo, quello del Cantico scritto da autore ignoto 2.400 anni fa, che è hard di suo dal momento che non descrive altro se non un lungo e ripetuto amplesso fra un lui e una lei dove i fornicatori accecati dall’amore non lasciano nulla all’immaginario. Anzi!

Sarà anche un capolavoro, ma pagare Benigni 300mila euro per leggerne alcuni passi è scandaloso. Al di là di tutte le menate addotte dall’attore toscano a giustificazione della sua prestazione che, a mio modesto avviso, non aveva nulla a che fare con il palco dell’Ariston. Un professore delle medie superiori, che percepisce uno stipendio di 1.500 euro al mese, sarebbe stato in grado di fare la stessa cosa con lo stesso identico risultato.

La Rai dovrebbe essere più oculata nello spendere il denaro pubblico. Perché sennò alla fine i telespettatori s’indignano a ragione. Va bene riconoscere a Benigni i fasti d’una carriera che l’ha portato a vincere un oscar, ma per quel che ha fatto, detto e letto ieri sera, 20mila euro sarebbero stati più che sufficienti.

Inoltre, la Rai dovrebbe rivedere il Format: troppe 5 serate da 5 ore l’una. Nel riempire tutto ‘sto spazio è inevitabile commettere qualche stupidaggine. E ogni errore pesa nelle tasche degli italiani centinaia di migliaia di euro. Detto questo, stasera riprende la gara. Io ci sarò, tu?


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Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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