Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione


di Paolo Fileni

222 anni per sentirsi ancora italiani

Una striscia quotidiana di riflessione

222 ANNI PER SENTIRSI ANCORA ITALIANI

8 gennaio 2019 – Si chiamava Giuseppe Compagnoni (Lugo, 3 marzo 1754-Milano, 29 dicembre 1833) e praticamente quasi nessuno sa chi sia, ad esclusione di qualche storico puntiglioso. È stato un letterato, giornalista e costituzionalista, dopo una breve escursione nel mondo ecclesiastico. Di lui si dovrebbe raccontare agli studenti ma non esiste scuola di ogni ordine o grado che lo faccia. Per lo meno, nei miei corsi di studi non lo ha fatto mai nessun professore.

Giuseppe Compagnoni è il padre del Tricolore italiano. La nostra bandiera verde bianca e rossa che in questi giorni compie 222 anni. Compagnoni la propose come vessillo ufficiale della nascente Repubblica Cispadana il 7 gennaio 1797. Solo che la sua era a bande orizzontali: il rosso in alto, il bianco al centro e il verde in basso. Fu un decreto dell’11 maggio 1798 a stabilire che le tre bande dovessero essere verticali. Il resto è storia.

Una storia fatta di sangue, sacrifici, ideali e sani valori. Sommosse, rivoluzioni, marce per la pace e per la guerra. Aneliti di libertà e grida di gioia e di dolore che in questi ultimi 222 anni hanno respirato e attraversato l’Italia con il tricolore sempre presente. Un simbolo, sempre in prima linea, a sventolare e ad alimentare il sogno degli italiani verso un futuro migliore. Verso una nuova vittoria. Lo sprone di ogni battaglia, sociale o sportiva che sia.

Per ciò che è stato e per quel che rappresenta, dovrebbe esserci un Tricolore in ogni famiglia italiana. Memento imperituro ai giovani affinché sappiano chi eravamo e da dove veniamo. Per la gioia di Compagnoni che lo amava così tanto da portarlo sempre sul cuore, sottoforma di coccarda.

 


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di Paolo Fileni

I riti del Natale per scacciare le solitudini

Luminarie, alberi di Natale, presepi e pranzi in famiglia


Camerano, 8 dicembre 2022 – Ma cos’è che davvero ci spinge l’8 dicembre a decorare le nostre case con luminarie sulle siepi o sulle ringhiere dei balconi, alberi di Natale e presepi? Cosa ci muove davvero, quando corriamo per negozi con la lista dei regali da fare a mogli, mariti, figli, parenti vari, amici, vicini di casa? O, sempre con la lista in mano, ci fiondiamo nei centri commerciali per acquistare una montagna di leccornie che addolciranno e arricchiranno i pranzi della Vigilia, di Natale, di Capodanno?

Certo, c’è chi risolve tutto prenotando un tavolo al ristorante, ma non è la stessa cosa del passare le festività in famiglia, perché al ristorante certi riti familiari non si possono consumare, e le persone hanno un estremo bisogno di riti. Li cercano, li organizzano, li consumano i riti a seconda delle situazioni per non sentirsi soli. Per sentirsi coppia, famiglia, comunità. Per sentirsi vivi, necessari, per sentirsi amati. E quando ami qualcuno glielo devi dire guardandolo/la negli occhi, sfiorandolo/la con una carezza.

La popolazione mondiale sta per raggiungere gli otto miliardi di esseri umani con, in alcuni casi, sovraffollamenti difficili da gestire. Nonostante ciò, gli esseri umani si sentono sempre più soli – si comportano e vivono, sempre più, coniugando le più svariate forme della solitudine. E forse è proprio per questo che rincorrono e coltivano i riti come quello del Natale, per scacciare – almeno per qualche giorno – quella endemica angoscia prodotta dalla solitudine che non confesseranno mai, ma che si portano dentro dalla nascita nascosta fra l’anima ed il cuore.

Con l’avvento dei social, poi, le solitudini hanno subito un’impennata. Si passa sempre più tempo davanti ad uno schermo e una tastiera, a dialogare con una fotografia. Non si va più per negozi, e regali e prodotti si acquistano nella solitudine di una cameretta scegliendo attraverso un’immagine e confermando l’acquisto con un click. Nessun rumore, nessun odore o profumo, niente scambio di pareri o d’informazioni con un venditore o una commessa, solo un click.

Siamo sempre più maledettamente soli. Più lo siamo, meno accettiamo di confessarlo: difficile trovare le parole per comunicare agli altri un malessere così profondo; forse non esistono parole per dire a voce, guardandosi negli occhi: “abbiamo bisogno di noi, di viverci, di confidarci, di fidarci”. Così, senza parole, esorcizziamo l’angoscia prodotta dalla solitudine affidandoci all’esternazione delle luminarie, all’accensione dell’albero di Natale, all’acquisto dei regali e all’organizzazione di pranzi e cene. Consapevoli, nel profondo, che dopo Santo Stefano la magia svanirà. Ma va bene così. Sappiamo fin troppo bene che la felicità è effimera e dura pochi istanti. Allora, godiamoci questo istante possibilmente in famiglia. Per non sentirsi soli, per sentirsi vivi!

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