Al Cafè Centrale, il jazz americano del Raffaele Conti trio

Jazz Accordion Festival: il programma di questa sera venerdì 8

Castelfidardo – Tre musicisti di diversa estrazione artistica, un intrigante repertorio americano, un ambiente accogliente: il Jazz Accordion Festival vive la seconda serata al Cafè Centrale di piazza Leopardi (ore 22.00, ingresso libero) con il “Raffaele Conti trio”.

I sapori d’oltreoceano annunciati dal direttore artistico Simone Zanchini, trovano piena manifestazione in questo progetto che ripercorre le ere principali dell’evoluzione del jazz e delle sue influenze, fino al contemporaneo: Duke Ellington, Charlie Parker, Theloniuous Monk, John Coltrane, Chick Corea, Frank Marocco, lo stesso Zanchini. Un repertorio di canzoni italiane e composizioni originali che il fisarmonicista urbinate condivide con la chitarra di Marco Chiarabini e il contrabbasso di Alex Gorbi.

Raffaele Conti

Dopo la formazione classica, Raffaele Conti ha iniziato un percorso di perfezionamento in ambito jazzistico e improvvisativo, conseguendo la laurea in jazz presso il Conservatorio Rossini di Pesaro. Ha suonato ed è stato fondatore di varie band e gruppi sia in formazione fissa sia combo spaziando nei generi tango, folk, tradizionale, jazz, funk, musette, manuche. Collabora anche con mondi artistici laterali alla musica come la pittura e il teatro esibendosi in contesti che vanno dal “Teatro Stabile di Torino” a festival di impronta sperimentale e di ricerca artistica alternativa. Autodidatta,

Marco Chiarabini calca da più di 20 anni la scena blues, esibendosi come cantante e chitarrista con diverse formazioni. La sua ricerca non è solo musicale, ma anche letteraria e storica e da questo approfondimento nascono incontri in cui affianca una ricostruzione sociale e un’analisi dei testi. Collabora come chitarrista con gruppi e artisti di vario genere, tra cui Raphael Gualazzi.

Dopo gli inizi al basso elettrico, Alex Gorbi approda al contrabbasso e allo studio del jazz sotto la guida del maestro Paolo Ghetti, frequentando il triennio “Jazz, musiche improvvisate e musiche del nostro tempo” presso il conservatorio di Adria. Sin dai primi anni svolge un’intensa attività live esibendosi in manifestazioni, teatri e locali in tutto il territorio nazionale ed europeo, suonando prevalentemente blues e rock‘n’roll per poi arrivare al jazz e alla musica latina.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Meglio essere formica o essere cicala?

Riflessioni a confronto nell’evolversi della società


Camerano, 19 giugno 2022 – La favola di Esopo la conosciamo tutti, sì sì, quella della formica e della cicala. Quella dove si racconta delle formiche che passano tutta l’estate a faticare e a immagazzinare semi e provviste per l’inverno, mentre le cicale se ne fregano delle provviste e dedicano i mesi estivi a godersi il sole e a cantare da mattina a sera. Poi, quando l’estate passa e arriva il freddo dell’inverno, le formiche hanno cibo per superarlo mentre le cicale muoiono di fame.

Morale a parte (è chiaro che Esopo ci tramette la negatività dell’essere cicala), ai giorni nostri, essere formica vale ancora la pena? Voglio dire, visto l’andazzo delle cose, ha ancora senso passare una vita a spaccarsi la schiena per assicurarsi un inverno decedente e sostenibile, oppure è meglio godersela quanto più è possibile, fare ciò che si vuole e non ciò che si deve, tanto alla fine quando viene l’inverno ci sarà qualcuno che penserà anche alle cicale?

Negli ultimi sessant’anni il mondo è cambiato parecchio. Per certi versi in bene, per altri in male. Parecchio in male. I nostri genitori, negli anni ’60 del secolo scorso, hanno iniziato a fare le formiche e, dopo una vita di lavoro, rinunce e tanto sudore, in linea di principio sono riusciti ad avere una casa di proprietà e ad assicurarsi una vecchiaia senza tribolazioni. Ma quelli erano anni in cui le regole esistevano ed erano rispettate. Oggi?

Oggi, ai genitori dell’ultima generazione non basterebbero tre vite vissute nelle rinunce per riuscire a mettere al sicuro la propria vecchiaia né, tantomeno, a garantire serenità ai propri figli; e forse è anche per questo che di figli non se ne fanno più. Allora, visto come stanno le cose, che senso ha essere formica? Meglio essere cicala, se non altro me la sono goduta!

Meglio essere cicala anche perché, quando l’inverno arriva, arriva anche la Naspi, il reddito di cittadinanza, il sussidio di disoccupazione, lo sconto sulle bollette in base al proprio Isee (che più è basso e meglio è). Il lavoro? Ma che, sei matto? Chi me lo fa fare di sudare le proverbiali sette camicie quando, stando a casa in canottiera, mi danno comunque dei soldi per vivere?

Certo, mica tutti sono così… cicale, le eccezioni esistono, ma sono milioni quelli che non fanno eccezione. Quelli che (anziani indigenti a parte) oggi succhiano dal sociale tutto ciò che possono e che dicono: domani si vedrà! Eppoi, sai che domani! Le pensioni spariranno, così come tanti lavori. Magari arriva la terza guerra mondiale e… amen. Il lavoro è sempre più precario e non permette di programmare il futuro. La vita è così breve che va vissuta e non certo subìta. Meglio mille volte cicala che formica!

Eddai, ci risiamo! Eppure, basterebbe così poco. Basterebbe pagare salari equi ed onesti, con denaro che abbia un potere d’acquisto reale e solido, cosicché, dopo aver pagato l’affitto, le bollette, il cibo per la famiglia, la scuola dei propri figli, restasse ancora qualcosa per qualche capriccio. Negli anni ’60 era così, poi è arrivata la globalizzazione e la Terza Repubblica.

Ma negli anni ’60 le cicale si contavano sulle dita di una mano, e venivano additate come esempio negativo. Oggi, nel 2022, è l’esatto opposto; oggi, le cicale vengono osannate sui social. Fare sacrifici, lavorare sodo anche per poco, aspirare ad un traguardo migliore, sono modi di vivere che non ci appartengono più: che siano le formiche a fare fatica!

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