Loreto e la tradizione del tatuaggio religioso

Intervista a Jonatal Carducci, tatuatore appassionato dei simboli sacri

Loreto – Jonatal Carducci è un tatuatore trentanovenne originario di Pieve Torina, un piccolo paese dell’entroterra marchigiano colpito recentemente dal terremoto. Abita a Loreto, ma ha il suo studio “Jona tatoo art” a Tolentino, ed è un appassionato del tatuaggio sacro.

Jonatal Carducci al lavoro nel suo studio

Jonatal, quando sei entrato nel mondo del tatuaggio?

«Nel 1997, dopo il servizio militare, quando mi feci un tatuaggio e da lì partì  tutto. La mia curiosità ed il fascino che emana questo antico rito, mi hanno portato ad approfondire  la materia. Mi sono appassionato sempre più e così, frequentando incuriosito le tattoo convention e continuando a farmi tatuare in giro per l’Italia e per il mondo, ho intrapreso pian piano quest’avventura senza fermarmi più. Fino ad aprire il mio Jona tattoo art studio nel 2002 a Tolentino».

Gli stampi religiosi riprodotti in ottone da Jonatal Carducci

Cosa ti ha portato ad interessarti al tatuaggio religioso, ed in particolare a quello collegato al Santuario di Loreto?

«Dal 2002 ho iniziato a collezionare tutto ciò che è inerente al mondo dei tatuaggi, compresi gli utensili usati in varie parti del mondo per l’esecuzione di tatuaggi con le varie tecniche, quadri e flash di tatuatori. Sapevo che il nostro territorio, e in particolare Loreto, aveva una storia del tatuaggio tutta sua. Mi sono documentato, e successivamente ho riprodotto gli stampi che usavano i Marcatori di Loreto per imprimere immagini raffiguranti per lo più simboli religiosi sulla pelle dei pellegrini, per poi inciderli con un ago a tre punte  imbevuto di inchiostro. Un ricordo della loro visita al Santuario mariano».

Riproduzione dello stampo della Madonna di Loreto

Come nasce il tatuaggio sacro?

«I tatuaggi con simboli religiosi venivano fatti ai Crociati come segno di riconoscimento. Se morivano in battaglia quei simboli permettevano di riconoscerli e dunque venivano sepolti con il rito cristiano. Era anche un segno distintivo di riconoscimento per chi professava o frequentava la fede cristiana».

Che fetta di mercato copre il tatuaggio religioso?

«Ho riprodotto gli stampi per provare a riportare in auge questa pratica antica. Può essere eseguita nel mio studio in tutta sicurezza, sia con la tecnica manuale del tempo, sia con la moderna macchinetta. Sono sicuro che avendo pazienza e passione questo mio progetto, anche se non nell’immediato, avrà successo e si ritaglierà una sua fetta di mercato. Oltre a far conoscere un pezzo di storia del tatuaggio marchigiano agli appassionati e non».

Esecuzione di un tatuaggio sacro con la tecnica manuale

Chi si tatua, perché lo fa… cosa cerca?

 «Intanto mi ritengo fortunatissimo a fare un lavoro così, nato da una passione. Oggi purtroppo il tatuaggio è diventato più una moda, piuttosto che un simbolo che imprime sulla pelle un’emozione, un avvenimento importante della propria esistenza o un modo di essere.

Questo un po’mi dispiace ma siamo nel 2017, e come in tutti i settori anche in questo ci sono situazioni positive e negative.

Oggi il pubblico che si  tatua spazia dai 16 fino agli 80 anni, non c’è un’età per tatuarsi. L’unico consiglio che voglio permettermi di dare a chi si vuole tatuare è scegliere bene lo studio dove farlo. Non affidarsi agli abusivi che oltre a rovinare la categoria seria e professionale giocano sulla salute delle persone, non rispettando i parametri igienico-sanitari imposti dalla regione.

Il  tatuaggio rimane per tutta la vita quindi bisogna pensarci bene prima di farselo. Ma se lo si fa per un motivo preciso, o un significato specifico, se ne sarà fieri per sempre»


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Marchigiani: rabbia, orgoglio e dignità

Un onore appartenere a questo popolo un po’ dorico un po’ piceno


Camerano, 21 settembre 2022 – Non voglio star qui a commentare ciò che è successo nella notte fra giovedì 15 e venerdì 16 settembre 2022 nelle Marche. Né i morti di Ostra, i disastri a Sassoferrato, Pianello, Corinaldo, Cantiano, Senigallia, per citarne solo alcuni. O la reiterata piena del Misa, le responsabilità di chi doveva fare e non ha fatto. O i dispersi… Se ne è parlato e se ne sta parlando, forse anche troppo, su tutti i media social compresi.

No, non commento, sperando, finalmente, che le responsabilità di chi poteva arginare i danni e se n’è fregato saltino fuori e i colpevoli vengano puniti. Magra consolazione però di fronte ai morti, dispersi, feriti o ai rimasti senza un’abitazione.

Di fronte ad un’alluvione con conseguenze così drammatiche come quest’ultima, aspettando che la Magistratura e la Giustizia facciano il loro corso, vorrei sottolineare invece la reazione dei marchigiani. Rabbia sì, tanta, tantissima, perché gran parte dei disastri si sarebbero potuti evitare visti i precedenti del 2014. Ma anche tanto orgoglio e dignità.

Senza tante chiacchiere, senza aspettare inermi gli aiuti che comunque sono arrivati anche da mezza Italia, i marchigiani colpiti dal disastro si sono da subito rimboccati le maniche e, indossati gli stivali e agguantate le pale e le scope, si sono messi immediatamente all’opera per spalare via dal fango strade, garage, cantine e abitazioni allagate.

Mentre Vigili del fuoco, Protezione civile e volontari cercavano i morti e i dispersi, tanti giovani studenti, operai, commercianti, imprenditori e liberi professionisti, uniti dallo stesso intento e tutti insieme, si sono riversati per strada cercando di salvare il salvabile. Con orgoglio e dignità. L’orgoglio e la dignità di un antico popolo di mare avvezzo a fare da sé di fronte agli accidenti della vita. Perché i marchigiani sanno da sempre come si fa a rialzare la testa, con tigna e la forza delle proprie braccia.

Ma c’è anche di più, e questo solo i marchigiani lo possono capire. Vedere gruppi di tifosi dell’Ascoli e dell’Ancona – acerrimi nemici quando si tratta di calcio giocato – lavorare fianco a fianco a Senigallia e Borgo Bicchia pale in mano, sporchi di fango e stremati dalla fatica, dà la vera misura di cosa significhi la solidarietà, l’orgoglio e la dignità di questo popolo un po’ dorico e un po’ piceno (foto, Curva Nord Ancona).

Scene particolari che ad un vecchio cronista di provincia come me fanno sentire fino in fondo, e con sincero orgoglio, il senso d’appartenenza a questa gente. Se questi sono i marchigiani, è un onore per me essere nato in questa regione. Grazie a tutti quelli che in un modo o nell’altro hanno lavorato per far rialzare la testa alle mie Marche!

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