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Gigi D’Addario, un artista cameranese alla ricerca di “pretesti”

“Sono continuamente alla ricerca di me stesso e della libertà in senso universale”

Camerano, 4 marzo 2021 – Gigi D’Addario è un giovane pittore e scultore di Camerano, figlio dell’artista Salvatore D’Addario (1950 – 2016), al quale questa estate sarà dedicato uno skyline commemorativo permanente nella sua città.

Eno Santecchia ha intervistato Gigi per Corriere del Conero, facendosi raccontare il suo percorso artistico, i pittori e gli scultori che l’hanno ispirato, le tecniche che utilizza e quel che pensa sulle Marche. Ne è venuto fuori un “ritratto” d’artista fuori dagli schemi, libero e aperto ad ogni forma espressiva.

Gigi D’Addario

Gigi D’Addario, com’è nata la sua passione per la pittura?

«La mia passione per la pittura, e accanto ad essa la scultura, risale alla tenera età della preadolescenza, quando ero solito disegnare, dipingere e affondare le mani nel fango del mio giardino fuori casa, dando forma a piccole e primordiali sculture. Poi, l’aver avuto un padre artista è stato un fattore decisamente determinante per la mia formazione, che amo definire una vera e propria “vocazione”, come un’incessante voce interiore che ha bisogno spesso di essere esternata, trasportata fuori, e magari condivisa».

Qualche artista del passato la ispira?

«Se devo essere sincero ho iniziato imitando l’americano Jackson Pollock e tutto il filone della pittura d’azione statunitense e degli informali. Per quanto concerne la devozione e ammirazione verso gli artisti del passato l’elenco sarebbe lunghissimo, ammiro molto Mirò per la sua libertà espressiva e il segno selvaggio; Cy Twombly e Giuseppe Capogrossi, artisti molto affascinanti».

Quali sono i suoi soggetti preferiti?

«I soggetti che ritraggo potrei dire che sono tutti validi e sempre importanti, li intendo come veri e propri “pretesti” volti poi a divenire “altro”. Per spiegarmi meglio, le intenzioni che ho inizialmente finiscono quasi sempre per trasformarsi diventando addirittura cose totalmente diverse e con risultati diametralmente opposti in relazione a quanto teorizzato in precedenza. I soggetti amo semplicemente definirli pretesti. Non dipingerei mai fiori, figure, paesaggi ecc. con il solo ed unico scopo di ritrarli quanto tali, sarebbe limitante. Ho orizzonti più ampi, senza delimitazioni, e penso che l’operazione dell’artista sia quella di assorbire tutto ciò che vi è intorno a lui nella realtà contingente, per poi rielaborare interiormente e infine riproporre a suo modo sotto forma di sintesi».

Una scultura e un quadro di Gigi D’Addario

Quali tecniche predilige?

«Non pongo al mio lavoro limitazioni per quanto riguarda l’uso delle varie tecniche. Ho sempre visto la tecnica più come un mezzo – sempre importante – per arrivare ad un certo risultato, piuttosto che una finalità vera e propria, un punto di arrivo. La reputo un tramite. In questo momento sto usando prevalentemente vernici industriali, colori acrilici e olio per la pittura e resine per la scultura».

In quale corrente pittorica si sente più a suo agio?

«Anche su questa domanda rispondo dando conferma del mio forte bisogno di libertà, affermando che dipingo con spontaneità, non pensando mai a quale possa essere il mio posto, dove andrò a sedermi. Anche se è palese ed evidente la mia inclinazione alle derivazioni delle correnti informali, espressioniste, astratte ecc.; non mi sento a mio agio in nessuna parte o corrente, ma sono continuamente alla ricerca di me stesso e della libertà in senso universale».

Un’altra opera pittorica di Gigi D’Addario

La mostra che l’ha gratificata di più.

«Senza ombra di dubbio l’aver partecipato a Venezia alla mostra intitolata “Lo stato dell’arte ai tempi della 58ª biennale di Venezia” nel 2019. È sempre bello e gratificante essere, seppur con una sola opera, in quella meravigliosa e affascinante città».

Che cosa ne pensa delle Marche?

«Vedendole con occhio da artista, posso dire che le Marche mi appaiono meravigliose e tranquille per lavorarci. Sono terre che hanno dato i natali a numerosi eccelsi artisti che non nomino nemmeno perché mi sembra già scontato, sono così noti a tutti. Ottime per trarre ispirazione artistica, molto poetiche con quel bellissimo paesaggio così ben strutturato, la campagna, le molteplici colline. Per quanto riguarda invece la seconda fase del lavoro di artista, cioè l’auto pubblicizzazione, la promozione del proprio “prodotto, allora in quel caso non la reputo così adatta come Regione. Anche qui vale il detto: nessuno è profeta in patria, quindi sono necessari altri contatti con altre città, altre realtà se si vuole ottenere riscontri».

Ha qualcosa in progetto?

«Dopo un po’ di tempo assente da esposizioni e incontri pubblici, causa pandemia da Covid, mi piacerebbe riaffacciarmi con una bella mostra personale, ma in questo preciso momento non so dove e quando».

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