Imprenditori della moda in difesa del “Made In”

Secondo Confartigianato il settore manifatturiero marchigiano è al secondo posto in Italia come esposizione al rischio contraffazione

Osimo – Imprenditori della moda in prima linea per la difesa del Made in Italy. Questo un importante tema che è emerso dal direttivo Confartigianato della categoria riunitosi ad Osimo alla presenza del Presidente Graziano Sabbatini e di David Coppari, Luca Corinaldesi, Primo Manieri, Simonetta Onorati, Raffaella Rossini, Flaviano Silviani, Claudio Tranquilli, Paola Zenobi.

Il direttivo moda della Confartigianato riunitosi ad Osimo
Il direttivo moda della Confartigianato riunitosi ad Osimo

Presenti anche Andrea Rossi responsabile Confartigianato della categoria e Maila Cascia responsabile area lavoro. Un incontro che ha inteso porre le basi del programma di attività che il direttivo si propone di realizzare e ha individuato le azioni sindacali da attuare nell’interesse del comparto. Sono tante infatti le difficoltà vissute dalle imprese: eccessiva burocrazia, poco credito, alto costo del lavoro.

Tra le varie esigenze emerse, gli imprenditori chiedono garanzie per la reale tutela del full “Made in Italy”, tema che intendono affrontare in maniera determinata, e a breve la Confartigianato nazionale organizzerà un incontro per tracciare le strategie d’azione future mirate a questo obiettivo.

La Confartigianato è da sempre in prima linea per la promozione del “Made in” nella lotta contro l’industria del “falso”. Scarpe, vestiti, accessori: la moda è il settore più a rischio.

Secondo una elaborazione dell’Ufficio Studi Confartigianato 4.792 imprese dell’artigianato manifatturiero marchigiano sono esposte al rischio di contraffazione, pari al 35% su un totale di 13.691. Una quota nettamente superiore alla media italiana (19,8%), che colloca la nostra regione al secondo posto in Italia dopo la Toscana (42,9%) e prima dell’Umbria (25,5%).

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

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