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Roberto Mancini scende in campo per Francesco Acquaroli

Il sostegno dell’ex CT dell’Arabia Saudita, per il governatore di FdI, arriva dalle pagine de Il Foglio

Ancona, 10 luglio 2025 – Proprio in questi giorni è tornato all’onore delle cronache nazionali Roberto Mancini, da Jesi, ex commissario tecnico dell’Arabia Saudita. Sì, perché in effetti ultimamente lo si era perso un po’ di vista. Sembrerebbe sia tornato a vivere nelle Marche, o comunque che trascorra qui parecchio del suo tempo libero che adesso, da disoccupato di lusso, sicuramente non gli manca.

da sx, Francesco Acquaroli e Roberto Mancini

E come è giusto che sia per ogni buon cittadino, si preoccupa anche di come la sua regione viene amministrata. Tanto più in un periodo come questo in cui le Marche, in una data ancora imprecisata tra settembre e novembre, si apprestano a rieleggere il nuovo Consiglio Regionale e la nuova Giunta.

Il buon cittadino Mancini, quindi, tra una cena a Portonovo (e dove se no?) e una comparsata a un torneo di calcio a 5, ha fatto sentire forte e chiara la sua voce.

In particolare, il 2 luglio scorso, in un’intervista rilasciata a Simone Canettieri de Il Foglio dove, tra le altre cose, ha dichiarato: «Nelle mie Marche tifo Acquaroli, spero che rivinca. Ha governato non bene, benissimo». Lecito, tutto ciò, ci mancherebbe. Roberto Mancini può dare il suo sostegno elettorale a chi vuole. Anche se, verrebbe da chiedersi, cosa ne sa Roberto Mancini di come Francesco Acquaroli ha governato le Marche in questi ultimi 5 anni?

Nel senso che abbiamo qualche difficoltà a immaginarlo che chiama al telefono un CUP per prenotare una colonscopia da farsi con la sanità pubblica (Mancini ha 60 anni, alla sua età la prevenzione è molto importante…) o che spulcia i dati dell’ISTAT sul PIL regionale. Ma queste sono banalità, discorsi populisti da bar, ce ne rendiamo conto e non ce ne vogliano i nostri lettori.

Roberto Mancini è stato un grande calciatore, su questo non ci sono dubbi. Pensate che a soli 17 anni aveva già disputato 30 partite in serie A, con il Bologna, e segnato anche 9 reti. Un Lamine Yamal ante litteram, insomma.

Ma poi, nel suo palmares, spiccano anche due scudetti (uno indimenticabile con la Sampdoria di Paolo Mantovani, Luca Vialli e Vujadin Boskov e l’altro con la Lazio), 2 vittorie in Coppa delle coppe (sempre con Sampdoria e Lazio), ben 6 trionfi in Coppa Italia (record che condivide con Gigi Buffon) e tanto altro ancora.

Roberto Mancini e Roberto Baggio

Ha avuto un’unica sfortuna: essere contemporaneo di un altro campione, che giocava nel suo stesso ruolo, infinitamente più grande di lui, al punto da essere diventato una leggenda: Roberto Baggio, che lo ha decisamente un po’ offuscato. Come era già successo, un decennio prima, a Claudio Sala con Franco Causio, per fare un esempio.

Una volta lasciato il calcio giocato, Mancini, ha intrapreso la carriera di allenatore. E qui le cose un po’ si complicano. Perché definirla controversa, la sua carriera da allenatore, è dire poco. Un sicuro vincente quando ha allenato squadre fortissime, come l’Inter dell’era Calciopoli o il Manchester City costruito coi petroldollari degli sceicchi, un tantino meno quando gli sono capitate squadre normali: tipo la Fiorentina, il Galatasaray o lo Zenit di San Pietroburgo.

Nel 2018, poi, arriva la chiamata per allenare la Nazionale italiana. E ancor più si può parlare di controversie. Nel quinquennio 2018 – 2023, in cui resterà alla guida degli azzurri, alternerà risultati prestigiosi, come la vittoria all’Europeo 2021, che deve molto però alle prestazioni superlative di Gigio Donnarumma e ai tackles di Bonucci e Chiellini, oltreché al carisma indiscutibile di un certo Luca Vialli, che di quella Nazionale era il capo delegazione, a flop altrettanto indimenticabili come l’eliminazione, nel 2022, da parte della Macedonia del Nord (che in tanti non sapevamo neanche esistesse) per l’accesso ai Mondiali in Qatar.

L’abbraccio di Vialli e Mancini

Nell’agosto 2023, tra la generale sorpresa, Mancini si dimette da commissario tecnico della Nazionale, che lo aveva comunque confermato, nonostante gli ultimi deludenti risultati, con un contratto in scadenza nel 2026. Non c’erano più le condizioni per lavorare bene, secondo lui. Ci avevamo quasi creduto. Salvo poi, neanche venti giorni dopo, vederlo firmare un contratto milionario per andare ad allenare l’Arabia Saudita. Durerà molto poco in Arabia, nell’ottobre 2024 il contratto verrà rescisso, anche per via dei risultati raggiunti sin lì, che potremmo definire dimenticabili.

A tutt’oggi, è passato quasi un anno, Roberto Mancini è ancora libero su piazza. Accostato, solo per qualche giorno, alla Juventus post Thiago Motta che poi gli ha preferito invece Igor Tudor e niente altro. Da qualche tempo, quindi, come già detto, Mancini sembrerebbe passi una buona parte del suo tempo a Jesi, che in fin dei conti è casa sua, come casa sua sono le Marche.

Non per niente, nel 2023, della sua Regione, già amministrata da Francesco Acquaroli, era stato testimonal con l’indimenticata campagna pubblicitaria LET’S MARCHE, in cui lo vedevamo addirittura aggirarsi, un po’ spaesato, per la biblioteca di Casa Leopardi, a Recanati e, subito dopo, alle prese con un tartufo di Acqualagna da mezzo chilo o ancora davanti a un piatto di spaghetti coi moscioli vista Monte Conero. Il tutto, giustamente, in cambio di qualche centinaio di migliaia di euro.

Perché poi, dobbiamo confessarcelo, noi marchigiani siamo gente di provincia. La nostra terra, forse, può considerarsi addirittura la provincia della provincia. Non c’è niente di male in questo, tutt’altro. E Roberto Mancini, a voler ben vedere, è la rappresentazione plastica del marchigiano: provinciale, magari, ma anche molto pragmatico, forse un po’ venale.

Sono anni, ormai, che lo vediamo con i suoi bei vestiti di sartoria, la pashmina di cachemire perfettamente annodata al collo e le scarpe stringate rigorosamente inglesi (ma le Marche, per cui ha fatto il testimonial, non sono uno dei più importanti distretti calzaturieri in Italia?). Per non parlare di quel vezzoso ciuffo decolorato a cadere sugli occhi. Ci ha provato in tutti i modi, insomma, il Mancio a far dimenticare le sue origini, ma alla fine alle sue origini è tornato. Dimostrando di essere pragmatico e, sì, pure un po’ venale, appunto.

Di Roberto Mancini, chi ama il calcio, ricorda alcuni gesti tecnici davvero memorabili. Basta farsi un giro in rete dove ci sono suoi goal straordinari: quello segnato al Parma, con la maglia della Lazio, di tacco su corner battuto dal compianto Sinisa Mihajlovic, o un altro al Napoli, al volo su assist di Attilio Lombardo (l’anno dello scudetto con la Sampdoria), ce n’è persino uno, bellissimo, segnato in rovesciata, da terra, contro l’Ancona nel ’92, quando ancora si giocava allo Stadio Dorico. E poi ancora dribbling, veroniche, colpi di tacco, un repertorio infinito.

Proprio per questo non avremmo voluto dover assistere a quest’ultimo assist un po’ goffo e fuori luogo per Francesco Acquaroli, la cui Giunta gli pagò centinaia di migliaia di euro per degli improbabili spot.

No, caro Mancini, ci creda, sono altri i suoi passaggi smarcanti che vorremmo ci rimanessero impressi nella memoria, magari come quelli che faceva con la bellissima maglia blucerchiata della Sampdoria all’indimenticabile Luca Vialli che, sia detto con tutto il rispetto, non è Francesco Acquaroli.

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