22 Giu Prima della fine. Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer
Il documentario di Samuele Rossi, candidato ai David di Donatello, ci dovrebbe far riflettere
Ancona, 22 giugno 2025 – In estate, si sa, la televisione italiana ci riserva il peggio del peggio, in particolare la tv pubblica (quella per cui ci viene addebitato il canone nella bolletta dell’energia elettrica), soprattutto nella programmazione serale.
Repliche di repliche di repliche, film improbabili o a volte anche belli, ma sempre quelli, tutti gli anni gli stessi, tutte le estati inesorabilmente. Una volta, poi, questo riguardava i soli due mesi di luglio e agosto, e si poteva in qualche modo pure capire, ma adesso si parte da metà maggio e si arriva a metà ottobre. Cinque mesi! Tanto che viene da chiedersi: ma di quanto riposo hanno bisogno questi qui?
L’eccezione, in parte, è LA7, che ha ancora una programmazione serale degna di questo nome. Spiccano, in modo particolare, tre belle trasmissioni come 100 minuti di Corrado Formigli e Alberto Nerazzini, dove si fa ancora vero giornalismo d’inchiesta, Inchieste da fermo di Federico Rampini, che con autentica competenza spiega in maniera chiara l’attualità e La torre di Babele di Corrado Augias, che propone invece coraggiosamente giornalismo culturale. Vanno in onda rispettivamente il lunedì, il martedì e il mercoledì.
Mercoledì 11 giugno, proprio la trasmissione di Augias era dedicata alla figura di Enrico Berlinguer, in concomitanza con l’anniversario della morte, avvenuta a Padova nel 1984, quarantuno anni prima. In studio, a discutere con il conduttore, lo scrittore Sandro Veronesi, firma del Corriere della sera, e la giornalista di Repubblica Annalisa Cuzzocrea. Nel corso del programma è stato trasmesso il bel documentario di Samuele Rossi Prima della fine.
Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer, già candidato ai David di Donatello 2025, la cui visione non può non darci spunti di riflessione. Prima della fine, infatti, come ogni buon documentario è anche un film a tesi e Samuele Rossi è probabile che voglia parlarci non solo della grandezza di un leader ma anche, e soprattutto, di un’Italia (di un mondo) che ormai non c’è più, che con gli anni è letteralmente scomparso.
Il documentario si apre con le immagini, peraltro già viste tante volte, del comizio che Berlinguer tenne a Padova, in piazza della frutta, il 7 giugno, a dieci giorni dal voto per le elezioni europee del 1984. Il segretario del PCI, colpito da un ictus, riuscì comunque in qualche modo a portarlo a termine, per poi entrare subito dopo in coma e morire, l’11 giugno, all’Ospedale di Padova, dopo 4 giorni di un’agonia che coinvolse un popolo intero.
Rossi indugia a lungo sul primo piano del segretario del PCI che parla con fatica, tira fuori un fazzoletto e si pulisce la bocca e poi ci mostra l’ormai famoso sorriso che Berlinguer, già molto sofferente, rivolge dal palco alla folla mentre, con sforzo quasi insostenibile, conclude quello che sarà il suo ultimo comizio.
Prima della fine, bisogna sottolinearlo, è costruito solo ed esclusivamente con immagini di repertorio, è perciò davvero un documentario e non una docu-fiction di quelle che oggi ci siamo abituati a vedere su qual si voglia argomento.
E sono proprio le immagini vere delle migliaia di donne e uomini che accorsero fuori dell’Ospedale di Padova quelle che più stupiscono e evidenziano la grandezza di quel leader politico che fu Enrico Berlinguer. Non c’è retorica, tanto meno trionfalismi, in quelle immagini, no, sono quelle di repertorio, sono quelle reali.
E da loro traspare tutto l’amore e l’affetto dei sostenitori di Berlinguer e la sensazione concreta, che sembra quasi di poterla toccare con mano, di cosa fosse un partito come il PCI in quegli anni lì. Qualcosa, cioè, che oggi non sarebbe neanche minimamente pensabile.
Così come non sarebbe pensabile, ancor di più, il rispetto degli avversari che si alterneranno al capezzale di Berlinguer, in ospedale prima e alla camera ardente, allestita nella storica sede di via delle Botteghe Oscure a Roma, dopo.
Giganteggia particolarmente, tra le tante, la figura del Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, infischiandosene delle critiche, decide di restare a Padova per seguire la degenza, quando capisce che i bollettini medici stanno togliendo progressivamente ogni speranza. Accompagnerà infatti lui stesso la salma nella capitale, imbarcandola nell’aereo presidenziale. «Era un grande amico e un compagno di lotta», saranno le sue commosse ma asciutte e esaustive parole.
E quindi il documentario continua con la fila interminabile delle persone che si avvicinano alla camera ardente. Persone, appunto. Il popolo, quella coda sterminata, formata non necessariamente solo da compagni. Colpisce, anzi, vedere tra loro anche l’onorevole Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, che dirà le ormai famose parole: «Sono venuto a rendere omaggio alla salma di un uomo onesto che credeva nelle sue battaglie».
Per poi finire con il funerale del 13 giugno, a piazza San Giovanni. Almeno due milioni di persone, due milioni, sì. Due milioni di uomini e donne, in lacrime e con il pugno alzato che urlano Enrico, Enrico, quasi tutti con in mano la copia de L’Unità, quella con la storica prima pagina con su scritto Addio. Tante, tante donne e, chissà perché, anche questo a rivederlo oggi colpisce.
Sfilano, nelle immagini di repertorio, gli esponenti dei partiti di quegli anni. Gente come Gian Carlo Pajetta, Pietro Ingrao, Nilde Iotti, Ugo Pecchioli, Franco Tatò, ma anche Bettino Craxi, Giovanni Spadolini o Tina Anselmi. La classe dirigente di allora, insomma.
E il paragone con quella attuale è quanto meno impietoso. Perché poi viene da chiedersi, dopo aver visto questo documentario, come siamo arrivati alle miserie della politica di oggi? Dove forse l’unico che salveremmo è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che però, anche anagraficamente e per formazione culturale, è più vicino a quella classe politica lì (Dio ce lo conservi).
Quando si è spezzato definitivamente qualcosa? E, soprattutto, perché? E come abbiamo fatto tutti noi a non accorgerci in tempo? Gli attori protagonisti della politica (con la p minuscola, ovviamente) di oggi come possono far finta di continuare a non capire? A non capire che, così stando la situazione, questo processo diventerà presto pressoché irreversibile?
C’è un’immagine bellissima, nel documentario di Samuele Rossi, sulla quale tutti ci dovremmo soffermare a riflettere. A un certo punto viene inquadrato il registro delle presenze alla camera ardente con le firme dei partecipanti e il cineoperatore si attarda artatamente su una riga dove campeggia una X, a fianco una mano caritatevole ha annotato: non sa scrivere ma ha voluto manifestare ugualmente la sua solidarietà.
Magari bisognerebbe ripartire da lì, da quella X, anche se forse è già tardi.











