Camerano – Cultura dell’accoglienza e della solidarietà

Serata Testimonial alla Festa del Patrono con Paolo Morozzo della Rocca della Comunità di Sant’Egidio

Camerano – Nell’ambito delle feste patronali, ieri sera lunedì 28 agosto, don Aldo Pieroni ha portato tutti in chiesa per una conferenza/dibattito sul tema dell’accoglienza e della solidarietà. Mentre fuori tirava un ventaccio da far volare i cappelli, poco più di un centinaio di persone si sono ritrovate all’interno dell’Immacolata concezione per ascoltare sul tema il professor Paolo Morozzo della Rocca, della Comunità di Sant’Egidio con sede a Roma.

Camerano – Uno scorcio del pubblico presente alla serata Testimonial sulla cultura dell’accoglienza e della solidarietà

Forte di un’esperienza consolidata e di un curriculum invidiabile sul tema dell’accoglienza e della solidarietà, Paolo Morozzo ha ripercorso la storia italiana dell’immigrazione partendo dall’inizio quando, nel 1986 con apposita legge, l’Italia si era riconosciuta come Paese d’emigrazione.

Tanti i dati e i numeri sciorinati dal relatore che ha suddiviso in due scenari gli esodi: il primo, che va dal 2011 al 2015, riguarda principalmente l’arrivo in Europa dei siriani degli afgani e dei turchi, conseguenza delle primavere arabe e dello scoppio della guerra in Siria che ha portato in Europa circa 800 mila siriani, accolti principalmente in Germania. In totale, un milione e centomila profughi arrivati nel vecchio continente al 2015 pari al due per mille della popolazione europea.

Il secondo scenario affrontato riguarda quello italiano fra il 2016 e il 2017 con i flussi migratori via mare. Flussi misti, pochi siriani ma parecchi eritrei, nigeriani, pakistani, marocchini, tunisini ecc: 181 mila persone nel 2016, una stima poco al di sotto per il 2017.

Camerano – Il professor Paolo Morozzo della Rocca e don Aldo Pieroni

Numeri minimi, a detta di Morozzo, se si considera che in Libano su una popolazione di 4,5 milioni di abitanti sono arrivati 1,5 milioni di siriani che scappavano dalla guerra.

Insomma, quello di ieri sera è stato un grande spot dell’accoglienza e della solidarietà mirato a trasmettere ai presenti quanto sia sacrosanto, bello e giusto mettere in pratica questi valori. Un dovere, per il buon cristiano, suggerito e spinto con forza anche da Papa Francesco.

Sacrosanto, bello e giusto visto il tema, il luogo e il contesto. Anche se i valori dell’accoglienza non dovrebbero essere riservati ai soli cristiani, dovrebbero essere bagaglio e patrimonio di ogni essere umano a prescindere dalla nazionalità, dal colore della pelle, dalla fede e dagli usi e costumi.

Uno spot dell’accoglienza, dunque, dove si è volutamente trascurato il discorso sulle tante problematiche che questa produce, in Italia, a livello di integrazione sociale fra indigeni e accolti. Neppure un accenno ai 12 extracomunitari, tutti uomini, che a breve arriveranno a Camerano sull’onda del progetto SPRAR, deciso in modo univoco dalla sola Amministrazione e da don Aldo, ovviamente.

Peccato, forse si è persa un’occasione. L’hanno persa quei cameranesi che, se presenti, non hanno sviscerato il tema; per non parlare di quelli contrari all’accoglienza che neppure si sono presentati.

 

 


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Meglio essere formica o essere cicala?

Riflessioni a confronto nell’evolversi della società


Camerano, 19 giugno 2022 – La favola di Esopo la conosciamo tutti, sì sì, quella della formica e della cicala. Quella dove si racconta delle formiche che passano tutta l’estate a faticare e a immagazzinare semi e provviste per l’inverno, mentre le cicale se ne fregano delle provviste e dedicano i mesi estivi a godersi il sole e a cantare da mattina a sera. Poi, quando l’estate passa e arriva il freddo dell’inverno, le formiche hanno cibo per superarlo mentre le cicale muoiono di fame.

Morale a parte (è chiaro che Esopo ci tramette la negatività dell’essere cicala), ai giorni nostri, essere formica vale ancora la pena? Voglio dire, visto l’andazzo delle cose, ha ancora senso passare una vita a spaccarsi la schiena per assicurarsi un inverno decedente e sostenibile, oppure è meglio godersela quanto più è possibile, fare ciò che si vuole e non ciò che si deve, tanto alla fine quando viene l’inverno ci sarà qualcuno che penserà anche alle cicale?

Negli ultimi sessant’anni il mondo è cambiato parecchio. Per certi versi in bene, per altri in male. Parecchio in male. I nostri genitori, negli anni ’60 del secolo scorso, hanno iniziato a fare le formiche e, dopo una vita di lavoro, rinunce e tanto sudore, in linea di principio sono riusciti ad avere una casa di proprietà e ad assicurarsi una vecchiaia senza tribolazioni. Ma quelli erano anni in cui le regole esistevano ed erano rispettate. Oggi?

Oggi, ai genitori dell’ultima generazione non basterebbero tre vite vissute nelle rinunce per riuscire a mettere al sicuro la propria vecchiaia né, tantomeno, a garantire serenità ai propri figli; e forse è anche per questo che di figli non se ne fanno più. Allora, visto come stanno le cose, che senso ha essere formica? Meglio essere cicala, se non altro me la sono goduta!

Meglio essere cicala anche perché, quando l’inverno arriva, arriva anche la Naspi, il reddito di cittadinanza, il sussidio di disoccupazione, lo sconto sulle bollette in base al proprio Isee (che più è basso e meglio è). Il lavoro? Ma che, sei matto? Chi me lo fa fare di sudare le proverbiali sette camicie quando, stando a casa in canottiera, mi danno comunque dei soldi per vivere?

Certo, mica tutti sono così… cicale, le eccezioni esistono, ma sono milioni quelli che non fanno eccezione. Quelli che (anziani indigenti a parte) oggi succhiano dal sociale tutto ciò che possono e che dicono: domani si vedrà! Eppoi, sai che domani! Le pensioni spariranno, così come tanti lavori. Magari arriva la terza guerra mondiale e… amen. Il lavoro è sempre più precario e non permette di programmare il futuro. La vita è così breve che va vissuta e non certo subìta. Meglio mille volte cicala che formica!

Eddai, ci risiamo! Eppure, basterebbe così poco. Basterebbe pagare salari equi ed onesti, con denaro che abbia un potere d’acquisto reale e solido, cosicché, dopo aver pagato l’affitto, le bollette, il cibo per la famiglia, la scuola dei propri figli, restasse ancora qualcosa per qualche capriccio. Negli anni ’60 era così, poi è arrivata la globalizzazione e la Terza Repubblica.

Ma negli anni ’60 le cicale si contavano sulle dita di una mano, e venivano additate come esempio negativo. Oggi, nel 2022, è l’esatto opposto; oggi, le cicale vengono osannate sui social. Fare sacrifici, lavorare sodo anche per poco, aspirare ad un traguardo migliore, sono modi di vivere che non ci appartengono più: che siano le formiche a fare fatica!

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