“Homeward Bound. Sulla strada di casa” al cinema di Numana il 23 ottobre

Proiezione del film documentario girato all'interno dell'Hotel House di Porto Recanati in compagnia dei registi e degli adolescenti protagonisti.

L’Associazione Clorofilla, in collaborazione con l’associazione Il Faro e con il patrocinio del Comune di Numana, ha organizzato al Cinema di Numana la proiezione di “Homeward Bound. Sulla strada di casa”, il progetto sociale e cinematografico di Giorgio Cingolani e Claudio Gaetani, girato all’interno dell’Hotel House di Porto Recanati.

17 piani, 480 appartamenti, 2000 persone provenienti da 41 paesi diversi, di cui 470 minorenni.

Questi sono i numeri del grattacielo/ghetto più famoso delle Marche, un non-luogo surreale dove ogni giorno l’umanità deve fare i conti con se stessa.

L'Hotel House di Porto Recanati
L’Hotel House di Porto Recanati

Definito una torre di Babele cruciforme dal sociologo Adriano Cancellieri, l’Hotel House vide la luce dal progetto di Ruggero Foschini in pieno boom economico, alla fine degli anni sessanta, con lo scopo di diventare una struttura turistica e residenziale all’avanguardia nella periferia di Porto Recanati.

Con il passare degli anni però, il grattacielo, da molti definito un eco-mostro, subì un lento e graduale degrado perdendo valore immobiliare e diventando un limbo socialmente, fisicamente e simbolicamente separato in modo netto dal resto della piccola cittadina di Porto Recanati.

Della questione se ne occupò nel 2009 anche l’Eurodeputato Umberto Guidoni, il famoso astronauta che partecipò a due missioni NASA a bordo dello Space Shuttle, attraverso un’interrogazione alla commissione in cui illustrava le sue preoccupazioni per gli inquilini del condominio, privati della fornitura di acqua potabile.

Intere pagine di cronaca nera sono state dedicate all’Hotel House, alimentando gli stereotipi di violenza, degrado, droga, prostituzione legati alla struttura, dimenticando però l’umanità che ogni giorno vive al suo interno e che molti artisti hanno cercato di raccontare.

Giorgio Cingolani e Claudio Gaetani sono i registi di Homeward Bound. Sulla strada di casa, un film documentario, nelle sale dal 13 ottobre, che racconta nell’arco di un giorno (dall’alba di un giorno all’alba del giorno dopo), la vita e le vicende di alcuni adolescenti che vivono all’Hotel House.

Per realizzarlo è stata lanciata una campagna di crowdfunding e le proiezioni saranno un’occasione ulteriore per raccogliere fondi da destinare in parte a sostenere le necessità strutturali, di sicurezza e anche sociali del condominio.

L’intervista ai registi Giorgio Cingolani e Claudio Gaetani

 

Di cosa parla “Homeward Bound. Sulla strada di casa”?

«Homeward Bound è un film che racconta alcune esperienze di vita e storie che i ragazzi hanno voluto mettere in forma di racconto cinematografico, esperienze personali ma comuni a molti ragazzi adolescenti e nel loro caso, caratterizzate dalla condizione di essere migranti e di vivere in un contesto particolare che ne condiziona le vicende. Dobbiamo anche dire che questo film nasce da una scrittura collettiva che si basa sulle reali esperienze di vita dei ragazzi, ma anche sui loro sogni e immaginazioni. Quindi si tratta di un lavoro molto particolare».

LHotel House di Porto Recanati è una realtà sociale e umana in continuo e rapido mutamento. Cosa è cambiato dal documentario “Hotel House” del 2005, e perché si è sentito il bisogno di un nuovo film a dieci anni di distanza?

«Intanto è cambiata molto la realtà sociale del palazzo ed è molto degradata la struttura da un punto di vista “fisico”: l’Hotel House oggi è al limite dell’inagibilità,  non c’è acqua potabile (viene fornita assistenza attraverso una cisterna nel piazzale antistante il palazzo), di otto ascensori ne funziona uno solo e attualmente la notte viene fermato, non c’è servizio di portineria dopo che i portinai si sono dimessi dalla loro mansione per mancati pagamenti, non c’è sistema antincendio nel palazzo e le scale antincendio sono fuori uso da anni, sono stati chiusi i garage per motivi di sicurezza. Insomma, una situazione che è molto peggiorata rispetto a quella che documentai nel 2005 con il precedente lavoro. E anche per il film Homeward Bound, sono molto diverse sia le motivazioni di partenza sia gli obiettivi da raggiungere e la modalità di lavoro. Nel 2005 il mio obiettivo era quello di fare un documentario e descrivere la realtà dell’Hotel House dal punto di vista di chi ci vive, dall’interno insomma. Oggi il film nasce prima di tutto da una ricerca che mi ha portato ad interessarmi della vita adolescenziale all’interno del condominio (ci sono quasi 450 minori, circa 1/3 della popolazione totale). Poi, si è sviluppata l’idea di fare un’azione sociale che permettesse di produrre un lavoro collettivo fatto insieme ai ragazzi. Un lavoro “con” e non “su” i ragazzi che vivono all’Hotel House. Di qui l’idea subito condivisa da tutti di fare un film. Un film di finzione questa volta, che attingesse però molto alla realtà sociale di riferimento e a tutto quanto fa parte dell’esperienza di vita dei ragazzi stessi. Un lavoro collettivo,  che ha permesso ai ragazzi di fare un’esperienza unica sia da un punto di vista formativo, sia da un punto di vista emozionale. Tutti i ragazzi sono alla prima esperienza cinematografica».

Quanto tempo è stato necessario per realizzare il film?

«Prima di iniziare a girare è stato realizzato un laboratorio di cinema gratuito per formare il gruppo dei ragazzi al linguaggio delle immagini e per elaborare il materiale originale che avrebbe costituito la base delle storie che si intrecciano nel film. Siamo partiti alla fine del 2013 e abbiamo terminato la post-produzione del film a inizio 2016».

Nabil Chowdhury, uno dei giovani attori protagonisti del film
Nabil Chowdhury, uno dei giovani attori protagonisti del film

Per realizzare e distribuire il film avete lanciato una campagna di crowdfunding con la nobile intenzione di devolverne il 30% alle necessità dellHotel House. Quanto avete raccolto e quali progetti verranno intrapresi per il grattacielo?

«Il crowdfunding è stato attivato in una fase iniziale, quando ancora stavamo facendo le riprese e non è che abbia funzionato molto perché sulla piattaforma Produzioni dal Basso abbiamo raccolto alla fine poco più di 400 euro dai quali è stata poi estratta la quota spettante alla piattaforma stessa e i costi di fatturazione. Quindi il nobile proposito si è subito arenato. Successivamente, nella fase di post-produzione, abbiamo raccolto alcuni piccoli contributi grazie a sponsor e al sostegno di alcune associazioni culturali che ci hanno permesso di coprire alcuni dei costi vivi della post-produzione e della distribuzione più significativi. Per tutto il resto abbiamo dovuto provvedere io e Claudio Gaetani.

Tuttavia, la strada per risollevare le sorti del palazzo da un punto di vista strutturale non può essere certamente questa, vista anche la natura del film che non è propriamente commerciale. Il nostro proposito era dare un piccolo segnale. Vedremo se potremo fare qualcosa nella fase di distribuzione ma sicuramente la situazione del palazzo è tale che occorre ben altro».

Come è stato accolto il film ai Festival Cinematografici ai quali avete partecipato?

Giorgio Cingolani: «Personalmente l’esperienza del Crossing Europe di Linz è stata magnifica, sia per l’importanza della vetrina sia per l’accoglienza del pubblico. Mi sono sentito ripagato di tanto lavoro e sacrificio. Soprattutto mi ha colpito come il pubblico abbia capito immediatamente l’importanza del lavoro fatto con i ragazzi».

Claudio Gaetani: «Il Crossing Europe è davvero un festival importante per cui rappresentare l’Italia lì è una cosa che sicuramente fa piacere. Il fatto che il film sia stato compreso e abbia appassionato molto – alcuni spettatori ci hanno fermato per strada nei giorni seguenti la proiezione per congratularsi con noi – mi ha rallegrato perché l’obiettivo a cui tenevo di più in fase di scrittura era che venisse fuori una storia universale, che chiunque potesse sentire vicina, lontana da qualsiasi stereotipo o connotato ideologico o legato semplicemente al soggetto».

Hotel House, aprile 2015, la contestazione durante la visita alla struttura di Matteo Salvini. (foto Huffington Post)
Hotel House, aprile 2015, la contestazione durante la visita alla struttura di Matteo Salvini. (foto Huffington Post)

Droga, prostituzione, sporcizia, violenza, delinquenza: sono questi gli stereotipi legati alla struttura. Quali sono invece gli aspetti umani che avete incontrato e quali sono le storie che vi hanno più colpito?

Giorgio Cingolani: «Il lungo periodo nel quale abbiamo frequentato il palazzo e i ragazzi è stato un periodo denso di relazioni e confronto che ci ha messo di fronte tante persone e situazioni diverse. Ciò che a me importa di più, però, non sono tanto le singole storie o situazioni, ma soprattutto come sono cambiati e cresciuti nel tempo i rapporti che siamo stati in grado di stabilire con le persone e con i ragazzi in particolare».

Claudio Gaetani: «Invece a me ha colpito il fatto che all’Hotel House, come in ogni paese o cittadina, tu abbia la possibilità di scegliere che via seguire. E mi riferisco soprattutto alla vita dei ragazzi. C’è un doposcuola attivo, vi sono posti  – la moschea, il bar, il campo sportivo – che sono luoghi di scambio culturale e di interrelazione. Da qui la volontà di moltissimi di fare dell’Hotel House un posto lontano dagli stereotipi elencati prima. Sono tante le cose buone possibili che potrebbero venir fuori da lì. Per esempio, e non lo dico per incensarci ma perché è stata cosa inaspettata e realizzata con sforzo, anche un film di finzione incentrato su vite di ragazzi».

Cosa vi aspettate dall’incontro che si terrà a Numana il prossimo 23 ottobre?

«Ci aspettiamo che le persone che verranno a vedere il film abbiano voglia di conoscere e capire i tanti aspetti positivi di un azione sociale di questo tipo, e che la partecipazione può essere una strada molto importante per creare percorsi di maggiore consapevolezza e sviluppare capacità di resilienza rispetto alla realtà sociale in cui viviamo».

L’appuntamento è per domenica 23 ottobre alle 21 al Cinema di Numana per una serata targata Clorofilla, con la visione del film e il dibattito in compagnia dei registi e del gruppo di adolescenti protagonisti del documentario che cercheranno di smorzare i tanti stereotipi legati all’Hotel House.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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