Il sindaco Valeria Mancinelli su Ancona candidata Capitale della Cultura 2022

“Fino a due-tre anni fa se me l'avessero detto non ci avrei creduto”

Ancona, 31 dicembre 2020 – Ancona  è tra le dieci  finaliste per il titolo di Capitale Italiana della Cultura. Il posto nella shortlist è stato conquistato grazie al tema La Cultura tra l’Altro, che evidenzia il ruolo sociale della cultura oggi di grande attualità. Il rapporto con l’Altro è quindi diventato il tema forte della candidatura. Un Altro che non è sempre facilmente governabile, e per questo tra le declinazioni del tema c’è l’Altro come incontro, come trauma, come cura.

Il sindaco di Ancona, Valeria Mancinelli

«Fino a due-tre anni fa – afferma il sindaco Valeria Mancinellise me l’avessero detto non ci avrei creduto, ovvero che Ancona, che come tante città italiane ha un patrimonio storico culturale assolutamente di prim’ordine, e i suoi cittadini sentissero la cultura come una leva di trasformazione della città. Sinceramente da qualche anno, invece, questa cosa, tempo fa incredibile, sta avvenendo concretamente ed è questa una delle novità più interessanti che stiamo vivendo».

Qualche esempio per cercare di testimoniare questa affermazione. Il  cavallo di Mimmo Paladino  e la Mole Vanvitelliana. Quest’ultima  è uno dei tanti monumenti di cui la città è ricca. Costruita nel 1700, nel corso degli anni è stata lazzaretto, poi fornace, fabbrica dello zucchero, deposito tabacchi. Tutto avrebbe immaginato, nella sua centenaria storia, fuorché di diventare un luogo centrale dove si fa cultura e dove oggi ci sono 22.000 mq recuperati e restaurati e 7.000 mq di spazi espositivi e tante attività che lì dentro vivono il rapporto con la città.

Ancona – Il cavallo di Mimmo Paladino alla Mole Vanvitelliana

Il cavallo di Mimmo Paladino è arrivato alla Mole perché è stato trasportato via mare da un artigiano locale del settore delle manutenzioni e installazioni  per imbarcazioni. L’ha portato in barca, di mattina presto, alla sua nuova collocazione. E l’artista Paladino è rimasto talmente contento del restauro che l’artigiano dei pescherecci aveva fatto del suo cavallo che gli ha commissionato il restauro di altri 12 cavalli. «Quell’artigiano ogni settimana mi chiede come va questa storia della capitale della cultura», commenta la prima cittadina dorica.

Che poi sposta l’attenzione sul porto antico di Ancona: «Da 2400 anni c’è un porto romano con i suoi resti di grande valore storico archeologico, c’è l’arco di Trionfo di Traiano… di ciò si interessava la Sovraintendenza, qualche volta l’Amministrazione comunale… ma a luglio del 2015 in quella parte di porto sono state dismesse varie attività commerciali. Il giorno in cui è stato riaperto alla città 20mila persone hanno partecipato alla festa e l’arco di Traiano e il  porto romano sono diventati, da quel momento, un luogo dell’anima della città e un pezzo visibile della sua identità. Oggi il porto romano per gli anconetani non è un ammuffito reperto archeologico di cui si interessano quelli del settore ma un luogo vissuto della città».

Ancona – Il quartiere degli Archi

Ultimo esempio, il quartiere degli Archi, il quartiere dei pescatori. «Questo è il quartiere più multietnico della città dove il 30% della popolazione è di origine straniera. Qui l’Amministrazione sta investendo tanto, col Bando Periferie, per riqualificare; ma qui torna anche a vivere una comunità con tante iniziative. L’ultima è rappresentata dalla nascita di un’associazione che si chiama Arcopolis che ha  oltre 300 soci di 21 nazionalità diverse. I soci vanno dal gestore del supermercato all’ operatore culturale, alla moglie del pescatore… e costoro stanno progettando alla Mole Vanvitelliana le iniziative per il  quartiere degli Archi».

La sfida di Ancona Capitale della Cultura ha messo in moto molte energie e sta aiutando la città nella sua trasformazione. «Ancona aveva bisogno non solo di riscoprire un’identità legata alle radici e rivolta al futuro, ma anche di ricostituire relazioni con l’entroterra – spiega in conclusione il Sindaco – In passato Ancona era vissuta come un’isola proiettata sul mare e al di là del mare; l’entroterra e il resto della Regione erano sostanzialmente indifferenti. Questa occasione è stata importante per ricostruire relazioni forti con l’intera comunità regionale, per provare a essere capoluogo di regione non con un blasone ormai sfiorito da rivendicare ma con un ruolo di servizio per l’intera comunità regionale. Anche questo ci aiuta a ricostruire la nostra identità per il Terzo Millennio».

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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