Ancona – In Piazza del Plebiscito la protesta del mondo della cultura

I lavoratori e le lavoratrici del settore culturale, della danza, dello spettacolo e dell'associazionismo insieme per gridare: “il nostro non è tempo libero, ascoltateci!”

Ancona, 17 dicembre 2020 – Anche ad Ancona come in altre piazze di undici città italiane, il mondo della cultura, dei musei, delle biblioteche, dei circoli, degli archivi, della danza e dello spettacolo, non ci sta. Non ci sta ad essere dipinto come superfluo e sacrificabile, non ci sta ad essere il primo a chiudere e l’ultimo a riaprire, senza alcuna pianificazione.

I lavoratori e le lavoratrici del settore culturale, della danza, dello spettacolo e dell’associazionismo che non accettano il trattamento che il governo sta riservando alle attività e agli spazi essenziali per la vita delle comunità e del Paese, hanno manifestato ieri ad Ancona, in Piazza del Plebiscito.

«In piazza ci sono lavoratrici e lavoratori che hanno perso il lavoro per un mancato rinnovo del contratto, c’è chi vive da mesi con una cassa integrazione in costante ritardo, chi lavora sottopagato e con contratti inadeguati come quello di Multiservizi, chi un lavoro teme di non trovarlo più, perché i luoghi da cui dipende sono sigillati – spiega Emanuela Tarsi, attivista di ‘Mi Riconosci? sono un professionista dei beni culturali’ – C’è anche chi non ha ricevuto un solo euro di aiuti a causa di contratti anomali che non rientrano in quelli contemplati dagli aiuti del Governo, come le prestazioni occasionali».

Emanuela Tarsi

Se la prende con il Governo e con i media, la Tarsi: «Tra noi ci sono tante storie diverse che vengono rimosse dalla narrazione mediatica e governativa, persone e realtà che non hanno ricevuto attenzione e aiuto. Ci hanno chiuso preventivamente, mentre lo shopping proseguiva frenetico, ed ecco che ciò che si è ottenuto è di privare i cittadini di servizi culturali essenziali, senza per questo tutelare la salute pubblica».

Il museo, insieme alla scuola, svolge una funzione educativa alla cittadinanza che merita attenzione e cura da parte delle Istituzioni. La pandemia non si risolverà velocemente e nel frattempo non si può interrompere questa funzione o trasferirla completamente nei canali virtuali.

«Nel primo caso – ribadisce Laura Lanari del gruppo Educatori Museali Italia – sempre più educatori museali perderanno il lavoro e nel secondo caso i cittadini perderanno il contatto con il proprio patrimonio culturale a vantaggio invece del consumismo. La funzione educativa del museo si deve attuare, come nel mondo della scuola e in collaborazione con le scuole, nonostante la pandemia con tutte le precauzioni per il contenimento del virus, servono visioni, progettazione e risorse».

In Piazza del Plebiscito c’era anche Chiara Malerba del Cinema Azzurro: «Per la prima volta, quest’anno il Cinema Azzurro di Ancona a Natale rimarrà chiuso con una conseguente perdita per tutti i lavoratori e per i cittadini».

Le attiviste e gli attivisti hanno simbolicamente chiuso l’ingresso al Museo della Città con nastro biancorosso e cartelli ironici che recitavano “Attenzione! Questo luogo è molto più pericoloso di un centro commerciale“.

Sono stati scanditi gli slogan della protesta, “Non è tempo libero – riconoscimento, risorse, spazi”, e sono state lette testimonianze e dati sulla condizione dei lavoratori del settore. I promotori sottolineano che il percorso è appena iniziato: «Abbiamo sperato per troppi mesi che chi ci governa riuscisse a comprendere la gravità della situazione, ora abbiamo il dovere di rivendicare dignità per noi e per il settore culturale. Non è tempo libero».

Tra gli aderenti alla manifestazione anche il Collettivo Artisti Marchigiani, Professione: Educatore Museale, Cinema Azzurro di Ancona.

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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