Loreto il tenore Armilato canta per la sua Daniela

Il concerto questa sera 8 ottobre presso la Basilica della Santa Casa

Loreto. Il tenore Fabio Armilato omaggerà sua moglie, il soprano Daniela Dessì prematuramente scomparsa il 20 agosto a soli 59 anni, con un concerto straordinario sabato 8 ottobre alle ore 21 all’interno del Santuario della Santa Casa nella stupenda cornice della navata centrale davanti all’altare maggiore.

Loreto La navata centrale del Santuario della Santa casa
Loreto La navata centrale del Santuario della Santa casa

Il soprano Daniela Dessì avrebbe dovuto cantare a Loreto nei primi di agosto, appuntamento purtroppo rinviato perché la cantante lirica era già gravemente ammalata. La tappa lauretana con l’accompagnamento al pianoforte di Paolo Sollini, doveva essere il ritorno sul palcoscenico dopo la forzata pausa estiva, ed era un concerto a cui la Dessì teneva particolarmente per la sua particolare devozione alla Madonna nera, tanto che saltato il concerto, aveva dato appuntamento ai suoi fans per l’8 ottobre  sempre a Loreto.

Fabio Armilato e Daniela Dessì
Fabio Armilato e Daniela Dessì

A tenere alta la memoria del grande soprano ci sarà il suo compagno nella vita e nell’arte dal 2000 il tenore Fabio Armilato insieme al soprano Marta Mari, allieva prediletta della Dessì, accompagnati al pianoforte da Fabio Sollini.

Il concerto  organizzato nell’ambito della 56° Rassegna internazionale di musica sacra e della 12° edizione del festival di musica da camera “Armonie della sera” è un concerto ad altissimo livello che porterà all’interno della Basilica una ventata di note e di emozioni e musica di grandi compositori come Mascagni, Schubert, Bach, Pergolesi, Salini, Giacometti e dello stesso Armilato.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Viviamo il tempo del “minimo sindacale”

Stai sereno, la vita è bella, goditela e tira a campà!


Camerano, 30 luglio 2022 – Il salario minimo sindacale è quella retribuzione fissata per contratto sotto la quale non è possibile andare. A seconda dei punti di vista, una garanzia per il lavoratore che sa di poter contare almeno su quel minimo di stipendio; una scocciatura per il datore di lavoro che sa, pur avendone l’intenzione, che sotto quella soglia minima non può pagare le prestazioni dei suoi dipendenti.

Da qui nasce, per osmosi, nel mondo del lavoro così come in quello della cultura del sociale o della politica, il detto: “fare il minimo sindacale”. Cioè, adoperarsi per introdurre fatica, idee, azioni, decisioni, al minimo delle proprie possibilità o capacità, giusto quel poco necessario a giustificare la propria presenza, il proprio impegno o il proprio ruolo. “Tira a campà”, direbbe Enzo Jannacci.

Ecco, tirare a campare, senza sforzarsi minimamente per fare di più e dare il meglio di sé, rende l’idea dei tempi che stiamo vivendo. In generale, la società del terzo millennio sta tirando a campà. Offre, di sé, il minimo sindacale grazie al quale poter giustificare la propria esistenza. Questo non significa che non ci sia nessuno capace di dare il meglio di sé: qualche imprenditore che si fa un mazzo così e anche di più per provare ad affermarsi; i tanti lavoratori che si fanno lo stesso mazzo per provare con dignità a portare la famiglia a fine mese sono tantissimi.

Concettualmente, però, la sensazione è che i furbetti del minimo sindacale siano piuttosto diffusi. A livello culturale, ad esempio, il decadimento è impressionante. Sono sempre meno quelli che leggono libri, vanno a teatro o al cinema, ascoltano musica classica. I musei vengono visitati in massa ma solo quando l’ingresso è gratuito. Però i concerti in spiaggia di Jovanotti sono sold out. E, a proposito di musica, la qualità della produzione musicale dell’ultimo decennio e forse più è davvero scadente (non lo dico io ma gli specialisti del settore). Non si scrivono più canzoni capaci d’emozionare, tanto che gli autori sono stati invitati ad impegnarsi “oltre il minimo sindacale”.

In politica poi, c’è il peggio del peggio, sia a livello locale sia a livello nazionale. Amministratori, Onorevoli e Senatori, gente che ha scelto di governare un Comune, una Provincia, una Regione, una Nazione, anziché muoversi per far progredire e migliorare lo status quo si accontentano di fare il “minimo sindacale”. Tirano a campà solo per garantirsi la poltrona e, così facendo, anziché migliorarlo lo status quo spesso lo peggiorano. Trovare alibi per loro, in questi ultimi anni, è stato facilissimo: la perdita di potere dei partiti, la mancata crescita economica, la pandemia, l’inflazione galoppante, la guerra in Ucraina, il vaiolo delle scimmie… Ma gli alibi servono a giustificare le sconfitte.

Dopo i tanti governi tecnici, a settembre il popolo tornerà alle urne per eleggere i propri rappresentanti politici i quali, lancia in resta, hanno già iniziato a sciorinare programmi e promesse a tutto spiano. Programmi e promesse che, come succede da circa settant’anni, verranno puntualmente disattesi. I nuovi eletti attueranno, come sempre, il “minimo sindacale” necessario a non essere mandati a casa anzitempo.

Succederà ancora e la colpa sarà mia. Perché continuo a permettere che tutto ciò accada senza far nulla per evitarlo. Perché io, italiano, sono fatto così: purché non mi si rompano le scatole, mi si garantisca l’assistenza sanitaria e la pensione, e mi si faccia pagare poche tasse, sono disposto a fare l’italiano al “minimo sindacale”. Stai sereno, la vita è bella, goditela e tira a campà!

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