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Leggere Ermanno Rea

Maestro di scrittura civile amato dal cinema

Ancona, 17 marzo 2024 Alzi la mano chi conosce Ermanno Rea.

Ermanno Rea (Napoli 1927 – Roma 2016) è stato un padre nobile della seconda metà del ‘900, uno a cui si guardava per la sua maestria ma, come spesso accade qui da noi, quasi sconosciuto ai più.

Giornalista all’Unità nella redazione di Napoli e militante del PCI, poi fotografo e emigrante consapevole a Berlino, Milano e Roma. Infine scrittore tardivo, con una narrazione che è stata al tempo stesso inchiesta sociale e racconto poetico di un’umanità difficile e dolente.

Eretico sempre, in tutte le sue scelte, è stato il contrario esatto dell’intellettuale organico.

La Napoli dei libri di Ermanno Rea è ormai da tempo protagonista al cinema.

Proprio in questi giorni è nelle sale Caracas, l’ultima fatica del regista e attore Marco D’Amore, che ne è anche l’interprete insieme a Toni Servillo. Il film è tratto dal romanzo di Rea Napoli ferrovia (Rizzoli 2007).

Racconta di una paradossale quanto saldissima amicizia tra Giordano Fonte, uno scrittore ormai ottantenne che torna a Napoli dopo tantissimi anni (Toni Servillo), e Caracas (Marco D’Amore), un ex naziskin che si sta convertendo all’Islam, detesta i ricchi e i comunisti e appena può aiuta i senzaniente. I due affrontano insieme un viaggio contemporaneo, ma anche a ritroso nel tempo, negli inferi, negli anfratti brutali di una Napoli inospitale e notturna, mettendo in scena passioni, dolori, amori, ricordi, speranze e utopie. Viaggio che è anche, in fondo, la ricerca di una resurrezione sia personale che collettiva.

Nel 2022 era stato Mario Martone, invece, a portare sul grande schermo Nostalgia, con Pierfrancesco Favino e Tommaso Ragno, tratto dal romanzo omonimo dello scrittore napoletano, uscito postumo (Feltrinelli 2016) e sorta di suo testamento spirituale.

Film pluripremiato: un David di Donatello, cinque Nastri d’argento.

Felice Lasco (Pierfrancesco Favino), un uomo di mezz’età, dopo quarantacinque anni vissuti tra il Medio Oriente e l’Africa torna a Napoli, nel rione Sanità dove è nato. La madre sta morendo e lui vuole accudirla fino all’ultimo con amorosa pazienza. Poi, invece di tornare al Cairo dove lo aspetta l’amata moglie, decide di restare. Gli sembra di dover obbedire al richiamo delle radici e del destino. Si lascia andare così alla bellezza sofferta della sua città e anche al fermento e alle speranze che agitano il Rione. Sa già, altresì, che ad attenderlo c’è Oreste Spasiano (Tommaso Ragno), ‘O Malommo, l’amico d’infanzia diventato nel frattempo un delinquente incallito e con il quale ha condiviso, seppur indirettamente, un delitto quando tutti e due erano giovanissimi. Ecco allora che il passato gli si rovescia addosso rabbioso come una muta di cani randagi. Non si sottrarrà, perché anche al Rione Sanità il riscatto è ancora possibile.

Nel 2006 era toccato a Gianni Amelio ispirarsi (liberamente) a un altro romanzo di Rea, La dismissione (Rizzoli 2002), per li suo film La stella che non c’è con protagonista Sergio Castellitto.

Il libro racconta lo smantellamento dell’Ilva di Bagnoli, la cattedrale siderurgica del meridione, venduta ai cinesi dopo quasi un secolo di vita. L’operaio specializzato Vincenzo Buonocore deve sovrintendere allo smontaggio dell’impianto e si butta anima e corpo in questa impresa, che gli sembra debba essere il suo capolavoro professionale. Il rumore ritmico, ostinato, continuo della fabbrica che lentamente si disfa e scompare accompagna questo libro dall’inizio alla fine.  Quasi fosse il suggello del fallimento e della sconfitta di un quartiere, Bagnoli, che di colpo perde tutte le sue sicurezze, di una città, Napoli, che vede andare in fumo cent’anni di storia e di una intera nazione, l’Italia, e delle sue politiche industriali, della sua classe dirigente inetta e famelica.

Leggere, o rileggere, Ermanno Rea oggi, quindi, è necessario quanto mai.

Perché è stato uno scrittore che ha fatto della vocazione civile e politica la sua chiara cifra stilistica.

E il suo racconto è anche un modo per capire come la narrativa possa ancora, controcorrente, scommettere con l’impegno e aprire la letteratura alla storia dell’Italia contemporanea.

Iniziando, magari, da Mistero napoletano (Einaudi 1996), unanimemente considerato il suo capolavoro. Una inchiesta, in forma di diario, sulle ragioni del suicidio di Francesca Spada, giornalista culturale de l’Unità, avvenuto a Napoli nel 1961. Rea torna nella sua città trent’anni dopo e cerca di indagare, di capire, ma a distanza di tanto tempo è tutto più difficile. L’autore riesce però qui nell’intento di raccontare le coscienze di un gruppo di intellettuali appena usciti dalla guerra, che si devono confrontare ancora in modo ossessivo con la politica e con un Partito comunista fermamente ancorato su posizioni staliniste. C’è, insomma, in questo libro ibrido, una storia privata che si fa storia collettiva di un’intera generazione, dei suoi valori e delle sue speranze. Un vero e proprio romanzo-inchiesta che nel 1996 si è aggiudicato il Premio Viareggio.

Mistero napoletano, La dismissione, Napoli ferrovia e Nostalgia, costituiscono un autentico percorso esistenziale, una vera e propria tetralogia che, come diceva lo stesso autore, si può leggere come un unico fluviale romanzo.

Scrive Rea nell’ultima pagina di Mistero napoletano:

«(…) ciascuno di noi vale le storie che si porta dietro, e non dico soltanto le storie materiali, ma anche quelle della propria immaginazione e del proprio sentimento, le storie della propria travagliata maturazione».

Come non dargli ragione?

Allora, leggete Ermanno Rea.

Tutti i libri di Ermanno Rea sono adesso disponibili nella collana Universale Economica Feltrinelli

 

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