Jazz Accordion Festival, il gran finale è con il bikers-duo

Oggi, domenica 11 alle 12.15 in sala convegni, fisarmonica e sassofono chiudono la rassegna

Castelfidardo. Il bel percorso musicale del Jazz Accordion Festival approda al traguardo con il “Bikers duo”. La rassegna organizzata dall’assessorato alla cultura in collaborazione con i locali che hanno ospitato le serate e gli sponsor tecnici, si interseca in questo ultimo appuntamento con il palinsesto dei “Concerti del Consiglio” e di “Natalfidardo”; cambia dunque la location, lasciando la dimensione dei club per mettere la ciliegina sulla torta in un ambiente più istituzionale.

Simone Zanchini e la sua fisarmonica (foto NISI Castelfidardo)
Simone Zanchini e la sua fisarmonica (foto NISI Castelfidardo)

Il bikers duo composto nell’occasione da Simone Zanchini alla fisarmonica e Stefano Bedetti al sassofono, si esibisce infatti oggi alle 12.15 nella sala convegni di via Mazzini (ingresso libero), facendo vibrare la parte più melodica della jazzofilia.

Il duo propone infatti una rara combinazione strumentale in cui i protagonisti si scambiano continuamente i ruoli dando modo di gustare appieno le possibilità timbrico-dinamiche dei rispettivi strumenti e della loro affascinante tavolozza sonora. Una peculiarità che consente di coinvolgere sia gli amanti del jazz sia gli estimatori della musica classica.

Il repertorio, costituito da composizioni originali e da brani di levatura internazionale, non perde mai la strada della melodia: la forza del sax di Bedetti, la versatilità di uno dei fisarmonicisti più eclettici e talentuosi quale Simone Zanchini.

JazzAccordionFestival è un progetto #PIFCastelfidardo in collaborazione con Tiranti Fisarmoniche, Ottavianelli Accordions, Scandalli Accordions, Victoria Accordions, Zero Sette Accordions.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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