Pasquale Giorgetti, eroe cameranese della prima guerra mondiale

Sabato 5 maggio presentazione del libro “Lettere dal fronte” che lo raccontano. Partecipa l’autrice Maria Grazia Camilletti

Camerano – Sabato 5 maggio, alle ore 17.30 presso la sala convegni del Palazzo comunale in Piazza Matteucci, presentazione del libro di Maria Grazia Camilletti: Lettere dal fronte – Pasquale Giorgetti, un “eroe” di paese 1915.

Organizza Il Comune di Camerano nell’ambito del progetto “Tessere del passato per tessere il presente”, con:

Maria Grazia Camilletti
Dianella Gagliani, Università di Bologna
Massimo Papini, storico

Sinossi

Nel centenario della prima guerra mondiale viene ritrovato in un armadio un vecchio quaderno. Dentro ci sono lettere e fotografie. Sono quelle di Pasquale Giorgetti, un giovane maestro di Camerano morto nel 1915 nella seconda battaglia dell’Isonzo, dopo un solo mese di guerra, mentre guidava il suo plotone all’assalto di un trincerone, e in seguito decorato con medaglia al valore.

Le ha conservate la mano pietosa della sorella più piccola, Michela, la quale ne ha trasmesso il ricordo, peraltro ancora vivo nelle ricerche dei bambini della scuola elementare dove Pasquale aveva insegnato. Altre lettere, spedite ai familiari dopo la morte, rivelano la partecipazione e l’orgoglio di un’intera comunità per quella morte gloriosa. Di qui inizia la costruzione della memoria di uno dei tanti eroi di paese. Dallo stesso scenario di guerra un altro soldato di origine milanese, Pietro Brunà, scrive alla moglie e al fratello. Vivrà un anno di più e potrà raccontare altri orrori e altre sofferenze. Due corrispondenze inedite che narrano in diretta la guerra grande e restituiscono due microcosmi intessuti di sensazioni, sentimenti, relazioni. Una riflessione ulteriore sull’inutilità delle guerre.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

I riti del Natale per scacciare le solitudini

Luminarie, alberi di Natale, presepi e pranzi in famiglia


Camerano, 8 dicembre 2022 – Ma cos’è che davvero ci spinge l’8 dicembre a decorare le nostre case con luminarie sulle siepi o sulle ringhiere dei balconi, alberi di Natale e presepi? Cosa ci muove davvero, quando corriamo per negozi con la lista dei regali da fare a mogli, mariti, figli, parenti vari, amici, vicini di casa? O, sempre con la lista in mano, ci fiondiamo nei centri commerciali per acquistare una montagna di leccornie che addolciranno e arricchiranno i pranzi della Vigilia, di Natale, di Capodanno?

Certo, c’è chi risolve tutto prenotando un tavolo al ristorante, ma non è la stessa cosa del passare le festività in famiglia, perché al ristorante certi riti familiari non si possono consumare, e le persone hanno un estremo bisogno di riti. Li cercano, li organizzano, li consumano i riti a seconda delle situazioni per non sentirsi soli. Per sentirsi coppia, famiglia, comunità. Per sentirsi vivi, necessari, per sentirsi amati. E quando ami qualcuno glielo devi dire guardandolo/la negli occhi, sfiorandolo/la con una carezza.

La popolazione mondiale sta per raggiungere gli otto miliardi di esseri umani con, in alcuni casi, sovraffollamenti difficili da gestire. Nonostante ciò, gli esseri umani si sentono sempre più soli – si comportano e vivono, sempre più, coniugando le più svariate forme della solitudine. E forse è proprio per questo che rincorrono e coltivano i riti come quello del Natale, per scacciare – almeno per qualche giorno – quella endemica angoscia prodotta dalla solitudine che non confesseranno mai, ma che si portano dentro dalla nascita nascosta fra l’anima ed il cuore.

Con l’avvento dei social, poi, le solitudini hanno subito un’impennata. Si passa sempre più tempo davanti ad uno schermo e una tastiera, a dialogare con una fotografia. Non si va più per negozi, e regali e prodotti si acquistano nella solitudine di una cameretta scegliendo attraverso un’immagine e confermando l’acquisto con un click. Nessun rumore, nessun odore o profumo, niente scambio di pareri o d’informazioni con un venditore o una commessa, solo un click.

Siamo sempre più maledettamente soli. Più lo siamo, meno accettiamo di confessarlo: difficile trovare le parole per comunicare agli altri un malessere così profondo; forse non esistono parole per dire a voce, guardandosi negli occhi: “abbiamo bisogno di noi, di viverci, di confidarci, di fidarci”. Così, senza parole, esorcizziamo l’angoscia prodotta dalla solitudine affidandoci all’esternazione delle luminarie, all’accensione dell’albero di Natale, all’acquisto dei regali e all’organizzazione di pranzi e cene. Consapevoli, nel profondo, che dopo Santo Stefano la magia svanirà. Ma va bene così. Sappiamo fin troppo bene che la felicità è effimera e dura pochi istanti. Allora, godiamoci questo istante possibilmente in famiglia. Per non sentirsi soli, per sentirsi vivi!

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