Sosta selvaggia in centro, la denuncia di Progetto Osimo Futura

Ginnetti: «Dove sono i controlli? Sì alla movida ma rispettare i residenti»

Osimo, 14 luglio 2020 – «Per quanto l’Amministrazione si impegni per rendere la città un po’ più viva con eventi nei fine settimana estivi, non possiamo che notare ancora una volta la mancanza di organizzazione e controlli».

Così, Progetto Osimo Futura che torna a ribadire la necessità di una maggiore presenza e incisività della Polizia Locale durante la movida.

«Le nuove panchine sistemate intorno alla Fontana della Pupa, molto discutibili anche per la scelta estetica, dovrebbero garantire il distanziamento – afferma Achille Ginnetti, capogruppo di Progetto Osimo Futura – Evidentemente però, questa soluzione non basta per risolvere il problema in quanto i cittadini continuano a segnalarci, la sera, assembramenti fuori dai locali del centro. Per non parlare della sosta selvaggia».

Cittadini che non si sono limitati alla protesta, ma che hanno documentato con foto scattate in Via Giulia l’acuirsi del problema.

Osimo – Alcuni scatti dei cittadini che documentano la sosta selvaggia sui marciapiedi

«Decine di auto parcheggiate sopra al marciapiede che impedivano il passaggio ai pedoni e soprattutto alle persone con disabilità o ai genitori con i passeggini – la denuncia di Ginnetti, che si pone tutta una serie di domande – I cittadini ci hanno riferito di aver avvisato la Polizia Locale della situazione, ma dove sono i controlli? In vista dei prossimi eventi, l’Amministrazione farà qualcosa per impedire la sosta selvaggia? Incentiverà l’utilizzo del maxi parcheggio? Organizzerà delle navette? Staremo a vedere… È necessario trovare un civile equilibrio tra le esigenze del divertimento e le persone che vivono in centro storico, soprattutto le più fragili».

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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