Centro Ri-Uso di San Biagio: un modo intelligente per eliminare gli sprechi

San Biagio di Osimo. Non sempre vecchio è sinonimo di inutile, e il valore di un oggetto può cambiare in base alla persona che lo utilizza. Questa la filosofia alla base del centro Ri-Uso fondato a San Biagio di Osimo il 20 settembre 2015. Un capannone situato in via Monsignor Oscar Romeo, all’interno dell’isola ecologica gestita dal Gruppo Astea e pensato insieme alla Caritas diocesana, che accoglie ogni tipo di bene materiale usato ma ancora in buone condizioni. Dal vestiario al mobilio, passando per giochi, libri, elettrodomestici e attrezzatura informatica. Unica eccezione, i prodotti deperibili come il cibo.

Il magazzino del centro Ri-Uso di San Biagio di Osimo
Il magazzino del centro Ri-Uso di San Biagio di Osimo

A poco più di un anno dall’inaugurazione, il Comune osimano si dice soddisfatto di questa nuova esperienza. Oltre 6 mila sono state le persone che si sono rivolte al centro per consegnare o ritirare i beni. Circa 70 mila, invece, i chilogrammi di materiale che gli addetti ai lavori hanno recuperato e provveduto a smistare nelle varie collocazioni. Se un oggetto non serve più a qualcuno, infatti, per qualcun’altro può essere un bene indispensabile e invece di finire nell’immondezzaio, viene destinato a nuova vita.

Lo scorso sabato, una parte di questo materiale costituito in particolar modo da stufe elettriche e giochi per le scuole materne e asili nido, è stata consegnata alle popolazioni terremotate residenti nella località ascolana di Pescara del Tronto. Alcuni elettrodomestici in buone condizioni sono invece stati conferiti alla Asso (Azienda Servizi Speciali Osimo), e verranno reimpiegati nelle scuole elementari e medie della zona. Ancora alle scuole medie inferiori sono andati monitor, computer e giochi di vario tipo.

L'assessore all'Ambiente Monica Glorio e il sindaco Simone Pugnaloni tagliano il nastro all'inaugurazione del centro avvenuta  il 20 settembre 2015
L’assessore all’Ambiente Monica Glorio e il sindaco Simone Pugnaloni tagliano il nastro all’inaugurazione del centro avvenuta il 20 settembre 2015

Anche le libere associazioni cittadine hanno beneficiato del recupero di mobili per arredare le proprie sedi. Un’iniziativa che si è rivelata vincente, dunque, e che ha saputo sensibilizzare la popolazione ad una gestione intelligente e accorta dei propri averi. Abituati ai lussi e alle comodità di una vita agiata, spesso non ci si rende conto dei beni superflui di cui si è in possesso, e con estrema leggerezza ci si disfa di ciò che si ritiene obsoleto per fare spazio ad altre cianfrusaglie, spesso altrettanto inutili, che nel giro di un anno finiranno a loro volta nella pattumiera.

Il centro del Ri-Uso invita a contrastare la logica dell’usa e getta e a considerare l’importanza del dono gratuito rivolto a chi è in una posizione più svantaggiata. Aderire all’iniziativa è estremamente semplice: basta presentarsi negli spazi del centro di San Biagio muniti di un documento di riconoscimento e consegnare al personale Astea il materiale che si intende riciclare. In caso di beni particolarmente ingombranti e pesanti, il Centro garantisce il ritiro a domicilio. Il servizio, sia di consegna che di ritiro, è destinato esclusivamente ai cittadini residenti nel comune di Osimo, sia privati che associazioni.

Una minima parte del materiale raccolto nel centro Ri-Uso
Una minima parte del materiale raccolto nel centro Ri-Uso

Il singolo può portare a casa fino a un massimo di cinque pezzi al mese, l’associazione, invece, è libera di muoversi in base alle diverse esigenze. Il centro è aperto dal lunedì al sabato dalle ore 7 alle 19 per il conferimento, dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 19 per il ritiro.


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Mascherine usa e getta: nuovo rifiuto 2.2

Una stima parla di quasi due miliardi che finiranno quest’anno negli oceani del mondo


Camerano, 5 aprile 2021 – L’allarme arriva dal Regno Unito, dove una recente analisi condotta dalla North London Waste Authority ha evidenziato come ogni settimana in quel Paese vengano usate e gettate via 102 milioni di mascherine usa e getta. Per rendere l’idea, ricoprirebbero un campo di calcio per ben 232 volte, come scrive la giornalista Francesca Mancuso su greenMe.

Purtroppo è vero: le mascherine usa e getta, quelle che ci proteggono dal virus, sono diventate il rifiuto più importante nell’arco dell’ultimo anno e mezzo. Un rifiuto, per intenderci, che ha superato di gran lunga quello delle bottiglie e dei sacchetti di plastica di cui stiamo per liberarci. Un rifiuto, insieme ai guanti in lattice, che la gente abbandona ovunque: per strada, nelle piazze, nei giardini pubblici, nei campi, lungo i sentieri di montagna, in spiaggia, in alto mare.

Un rifiuto che nessuno smaltisce per paura di un eventuale contagio o, più semplicemente, per menefreghismo. Una negligenza imperdonabile che, a livello trasversale, va imputata sia alla maleducazione delle persone sia all’indifferenza degli enti e delle imprese che dovrebbero smaltirle. Tanto che lo studio britannico, nell’invitare ad affrontare il problema che ormai è mondiale, suggerisce di rivederne la produzione invitando ad utilizzare prodotti biodegradabili.

Un problema serio, dunque, che riguarda tutti e che va risolto al più presto. Ho provato, nel mio piccolo, a testare quanto serio possa essere davvero. L’ho fatto, semplicemente, fotografando le mascherine abbandonate lungo il percorso che faccio abitualmente a Camerano, dove vivo, portando a spasso il mio cane. Un percorso di circa un chilometro e mezzo lungo un tratto di Via Loretana, l’area cani nei giardinetti di Via Scandalli, il parco degli orti. Risultato: ne ho incrociate una trentina. In foto la testimonianza di parte di esse.

Considerato che in Italia i Comuni sono oltre settemila, non è così empirico dire che in totale, in un solo chilometro e mezzo di essi, si siano accumulate come rifiuto oltre 237mila mascherine. Se si moltiplica il dato per tutti i possibili chilometri e mezzo percorribili in ogni Comune, si arriverà ad una cifra stratosferica di mascherine abbandonate sul territorio nazionale. Stimiamo, al ribasso, non meno di una decina di milioni? Sono convinto siano di più.

Una stima dello studio britannico parla di quasi due miliardi di mascherine che quest’anno finiranno negli oceani del mondo. Che facciamo, le lasciamo lì? Educare ad un sano e corretto smaltimento due miliardi di cretini, lo vedo poco percorribile. Chiamare a raccolta Greta Thunberg e i suoi seguaci ambientalisti, altrettanto. Finirà come con la plastica: spenderemo miliardi di euro per sbarazzarcene, e tutto grazie alla stupidità e alla maleducazione di tante persone. Le stesse che ogni giorno si lamentano dell’immane spesa pubblica destinata all’ambiente.

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