Giorgia Meloni a Numana per il primo “tagliando” alla giunta Acquaroli

La leader di FdI torna nelle Marche dopo sei mesi: fra i temi porto e turismo, con i complimenti al “mite e determinato” Governatore

Numana, 1 maggio 2021 – Sguardo alla “Veni vidi vici”, lei; e si capisce, è alta sulle creste di onde che sull’Adriatico si vedono una volta ogni 30 anni, a rigor di sondaggi prenderebbe un voto su sei con la sua famiglianza tricolore. Sguardo alla “Ragazzi qui faccio goal a porta vuota”, lui; e si comprende, pur nel marasma covidiano sta manovrando su più tavoli, sulla legislatura corrente si gioca argomenti primari dalla sanità alle infrastrutture, e nel frattempo confida in un’estate nella quale le Marche turistiche siano, se non mattatrici, almeno avanti di un giro di pista rispetto alla concorrenza.

A Numana, nel tardo pomeriggio di venerdì 30 aprile, Giorgia Meloni capintesta di Fratelli d’Italia – absit iniuria verbis – e Francesco Acquaroli presidente della Regione, elemento scenografico di fondo il manufatto a sesto pieno sulla piazzetta della Torre e nell’immaginario suscitato quello era da intendersi come un arco di trionfo. Giorgia Meloni e Francesco Acquaroli, qui ossia lì, per raccontare cose che piacciono a chi le dice e che saranno gradite a chi le ascolta; sia perdonato dunque il filetto retorico del “Sono ormai marchigiana d’adozione”, se poi di urgenze a favore del territorio chi parla si fa latrice e sostenitrice.

Bravi ma dimenticati – Urgenze, tante ed una: Ancona e la sua vocazione marittima tra merci e persone, per stare a materia corrente e che brucia. Brillantissima la glissata (sapete, vero, come si evita una buca? Passando stralarghi) sul valore intrinseco del novello titolare dell’autorità portuale, è ai saluti Rodolfo Giampieri e nell’immediato arriva Matteo Africano; dal sovrabbondante cronistame affollatosi a ridosso del palchetto nemmeno fa in tempo a decollare una caparra di punto interrogativo ed ecco che l’amico dell’amico produce una mezza smorfia con il cenno d’invito a soprassedere, già il fiero alleato leghista non è stato tenero a proposito di tale nomina ed il porre ad una romana che si proclama marchigiana (cioè Giorgia Meloni) una domanda sull’ingresso di un romano in luogo di un marchigiano (e qui stiamo parlando di Matteo Africano) suonerebbe, diciamolo, vagamente indelicato, e poi quel che sarà sarà e lo scopriremo solo vivendo.

Piuttosto: di ‘sto porto, al netto dell’ultimo buon consuntivo, che si fa? Si fa tutto ciò che serve per valorizzarlo, è la risposta; da portale nord di un sistema – per ora teorico, e peggio: onirico – da cui sia investito l’intero litorale sino alle punte della Puglia; ma anche da “hub” che lavori in proprio, santa pace, cavando fuori il meglio delle sue risorse umane e andando a cercarne laddove servano sguardi più profondi. Gli è tuttavia che, e qui Giorgia Meloni rastrella applausi dei suoi ed anche dei non suoi, e vigorosi sono i cenni di assenso, ed i più teatrali nella “claque” mostrano d’essere sconsolati nell’allargare le braccia ad estensione alare, gli è tuttavia che, dicevamo, nel dannatissimo “Piano nazionale di ripresa e resilienza” i porti sono stati dimenticati, o quantomeno non considerati comme il faut, e ad ogni modo in misura assai diversa da ciò che era negli auspici.

Dietro all’angolo c’è il rischio dell’“Alleingang”, del dover marciare sulle sole proprie gambe; se Matteo Africano accetta un suggerimento, lo faccia, perché da altre sedi lo stanno già facendo. Per riprova, telefonare a quelli di Genova, che da un paio d’anni a questa parte picchiano duro sulla richiesta di interconnessioni e bussano al cuore dell’Europa via Lugano, Canton Ticino, Svizzera (perché via Lugano? Sarebbe discorso lungo e complesso e non è questo il momento, ma dateci retta, i lobbysti macinano miglia marine persino nuotando sul dorso).

La speranza è un ultimo miglio – Dal momento poi che a fianco di un porto proiettato sull’acqua esiste un porto di “retroterra”, al mite Francesco Acquaroli (“mite” è aggettivo speso seduta stante da Giorgia Meloni, e citiamo a memoria: “Di rado mi è accaduto di incontrare una persona così mite, in apparenza, e dalla così solida determinazione”) vien comodo il far capire quanto sia inaccettabile, proprio con riferimento al Pnrr, l’esclusione dei presupposti per intermodalità, ampliamento ed incremento della capacità.

Ultimo miglio negato uguale ultimo miglio su cui battersi; un confronto urgente, e lo sappiamo da nota-stampa di fonte regionale, è stato chiesto a chi in questo momento gestisce il ministero delle Infrastrutture, ma è sempre cosa dura il far rientrare dalla finestra quel che altri, per ignoranza o per insipienza o perché avevano finito l’inchiostro nella stampante, hanno lasciato fuori dalla porta. E a questo punto hai voglia a sgranare rosari all’orbe e al clero ribadendo che Ancona è fulcro e punto focale sull’asse dalla Scandinavia al Mediterraneo e sulla direttrice dai Paesi baltici all’Adriatico; persino la sigla Pnrr sembra fatta a bella posta per illustrare verbalmente la scaracchiata che accompagna un “Beh, pazienza, non è che possiamo tener tutto sotto controllo”.

“Tourist market(ing)” – Altri avranno modo di riferire sui ringraziamenti e sui complimenti reciproci fra gli ospiti; parole buone che non sono mancate, in fondo l’elezione di Francesco Acquaroli fu un successo di Giorgia Meloni e l’affermazione del Centrodestra fu un ciaone di Francesco Acquaroli, ed anche Giorgia Meloni, nel richiamare i tempi del lancio di quella candidatura, tira fuori l’orgoglio sulla falsariga del “Guarda un po’ come cambiano le cose”.

Non incrina il sorriso l’invito a darsi d’attorno sul turismo, perché “io penso alle Marche e mi viene in mente il manufatturiero e non mi viene in mente il turismo”, si lascia sfuggire Giorgia Meloni, e magari e senza magari la lettura è in sottostima se soltanto si butta un’occhiata oltre la ringhiera della piazzetta e con lo sguardo si va ad inseguire la teoria dei balneari che si diffondono sino al Musone; la si veda come si vuole, è l’appello, bisogna far breccia in clienti che sappiano apprezzare cielo mare spiagge gastronomia cultura, “e dove mai si trova tutto questo insieme, se non qui?”.

Non incrina il sorriso nemmeno l’assenza, in mezzo a cotanto senno compreso Emanuele Prisco commissario regionale per “Fratelli d’Italia” e solenne introduttore dei convenuti (è un paciere, è un mediatore? Si direbbe di sì: riesce a far digerire al pubblico persino il ritardo di un’oretta sulla tabella di marcia…), di Gianluigi Tombolini sindaco di Numana, che pure in video ed in voce su ogni catodo possibile gode di minutaggi ai livelli di Lionel Messi nel Barça. Sussurrano, i bene informati, che questo sia stato un atto di discrezione, per non rubare la scena. Quando chiedi due frasi di conferma, però, i bene informati hanno sempre un impegno da qualche altra parte…

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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