Torino. Il “trincerone” delle Vallette, un muro invalicabile

Divide in due il borgo di periferia e va abbattuto

Torino. Il muro di Berlino esiste ancora, ma si trova a Torino. Detta così parrebbe una storpiatura, un paradosso. Ma, a sostenerlo, sono gli abitanti del quartiere di periferia Vallette.

Uno dei cavalcavia sopra la metropolitana leggera che collega il quartiere Vallette diviso in due dal passante ferroviario.
Uno dei cavalcavia sopra la metropolitana leggera che collega il quartiere Vallette diviso in due dal passante ferroviario.

Da quarant’anni, infatti, via dei Mughetti è divisa dal “trincerone”, che accoglie e delimita le rotaie della metropolitana leggera. L’area, oltre ad aver spaccato in due una borgata, è in forte degrado. A denunciarlo sono i consiglieri della Circoscrizione che ora ne chiedono l’abbattimento, in un’ottica di riqualificazione del quartiere.

In questi anni, a poco sono servite le tre passerelle (le tre porte di Brandeburgo su corso Molise, via Verbene e via delle Primule), per il passaggio da una parte a un’altra della via e del borgo. Per disabili e anziani sono una barriera architettonica insormontabile.

Poi, a causa del loro degrado, cadono continuamente calcinacci. Decenni fa era uguale. Le scale erano in prevalenza dimora dei tossici, capaci di tenere lontani tutti gli altri. Come non pensare all’invalicabile, seppur per tutt’altri motivi, muro di Berlino?


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Primo Maggio con mascherina

Nessun corteo, nessuna bandiera, nessun concerto, pochi vaccini


1 maggio 2021 – Oggi, esattamente come un anno fa. E questo editoriale potrebbe finire qui. Trecentosessantacinque giorni fa, giorno più giorno meno, uscivamo da una dura segregazione forzata in casa dovuta ad una pandemia ignorata da tutti. Erano i giorni degli striscioni ai balconi che recitavano “andrà tutto bene”, “insieme ce la faremo”. Invece, a distanza di 12 mesi siamo ancora qui a misurare quotidianamente i morti per Covid e le persone in quarantena. A registrare l’evoluzione di un virus che sembra invincibile con la sua capacità di trasformarsi in cento varianti sparse nel mondo sempre più aggressive.

Prima ondata, segregazione in casa, apertura; seconda ondata, chiusure forzate; regioni gialle, arancioni, rosse. Obbligo dell’uso delle mascherine, del lavaggio delle mani, del rispetto delle distanze… Traffici e frodi per una bombola d’ossigeno introvabile, gli speculatori dei respiratori, le terapie intensive al collasso, bare accatastate in un magazzino qualsiasi, morti mai consegnati ai parenti. Variante inglese, brasiliana, indiana… E poi l’arrivo dei vaccini, i ritardi nelle consegne, i furbetti del “vax prima io” o del “no vax”…

A riviverli così, questi ultimi 12 mesi, ci rendiamo conto che il vocabolario non ci appartiene. Fatti, accadimenti, decisioni e comportamenti alieni al genere umano. Invece no, è tutto vero, reale. È successo nel nostro quotidiano, sta succedendo e continuerà a succedere. Alla faccia di chi fa finta di niente o bolla tutto come un enorme complotto ordito per governare e soggiogare il popolo, per togliergli ciò che di più sacro esiste: libertà e lavoro.

Oggi, festa dei lavoratori, la libertà del popolo è legata ad una vaccinazione di massa che va troppo a rilento e i lavoratori, stremati dal rispetto delle regole anticoronavirus e con il fiato corto dietro le mascherine, non hanno nulla da festeggiare. Un po’ perché in tanti il lavoro l’hanno perso, altri perché non hanno più i fondi necessari a sostenere l’attività.

Niente celebrazioni dunque, niente cortei, bandiere al vento o concerti in piazza com’era uso fare fino a un paio d’anni fa. Non ci sono i presupposti. Sarà un Primo Maggio con la mascherina: unico orpello concesso in tempo di pandemia.

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