Senigallia – La Stradale dichiara guerra a chi guida ubriaco

Intensificati i controlli lungo l’Arceviese e le vie limitrofe alla discoteca Megà dopo l’incidente mortale del 6 gennaio scorso

Senigallia, 18 gennaio 2020 – Continua incessante l’opera di contrasto da parte della Polizia stradale al fenomeno della guida in stato di alterazione alcolemica o sotto gli effetti di sostanze stupefacenti, cause principali di incidenti come quello che ha segnato tristemente l’inizio di quest’anno, quando il 6 gennaio scorso due donne sono state investite e uccise lungo l’Arceviese appena uscite dalla discoteca Megà.

Posto di controllo della Polizia stradale a Senigallia (foto d’archivio)

Nella notte appena trascorsa, in quell’area, la Stradale ha impegnato nei controlli quattro pattuglie di Ancona, una di Pesaro e un camper con presidio medico, oltre a tredici agenti. Coordinati dal dirigente della sezione Polizia Stradale di Ancona, dott. Francesco Cipriano, hanno proceduto al controllo di cinquanta veicoli e cinquantadue persone.

Quarantadue dei conducenti controllati, trenta uomini e dodici donne, avevano un’età superiore ai 32 anni. Tre di loro sono risultati positivi alla guida in stato di ebbrezza. Due di questi, con un tasso alcolemico superiore a due volte il limite di legge, sono stati denunciati all’autorità giudiziaria e una delle loro auto è stata sottoposta a sequestro.

La Stradale dorica, inoltre, fa sapere che i controlli per la prevenzione e il contrasto della guida in stato di ebbrezza alcolica o in alterazione psicofisica verranno intensificati lungo le strade statali e provinciali di tutto il capoluogo.

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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