Marche – Donne: lavoro, uguaglianza, libertà, diritti, futuro

Daniela Barbaresi (segretaria generale Cgil Marche): quello che le donne vogliono

Marche, 7 marzo 2021 – L’8 marzo è la Giornata internazionale della donna. Al di là di ogni retorica, posizione politica o pensiero individuale, riceviamo e pubblichiamo integralmente il messaggio rivolto a tutte le donne di Daniela Barbesi, segretaria generale Cgil Marche.

Daniela Barbesi

«Lavoro, lavoro, uguaglianza, libertà, diritti, futuro: è ciò che le donne rivendicano ancora con più forza in questi momenti difficili con un’emergenza sanitaria, economica e sociale che ha pesato e pesa gravemente sulle loro spalle.

Donne protagoniste assolute nella lotta contro il Covid, impegnate nella sanità, nei sevizi socio sanitari, socio assistenziali, nella scuola, nelle fabbriche, nei lavori di pulizia, nel commercio, nella sicurezza e nelle tante attività e lavori essenziali.

Lavoratrici spesso vittime in quanto tali della pandemia. In un anno, su 3.501 infortuni sul lavoro per contagi Covid denunciati nelle Marche, 2.492 hanno colpito le donne (71,2%): infermiere, operatrici sociosanitarie, socio assistenziali, mediche, lavoratrici delle pulizie e tante altre.

Lungo e gravoso il percorso delle donne per l’emancipazione e l’uguaglianza: qui, il grande sciopero delle camiciaie a New York (22mila partecipanti), iniziato il 22 novembre 1909 e terminato il 15 febbraio 1910 (foto Di Bain News Service)

Donne che hanno fatto i conti con maggiori e più gravosi carichi di lavoro, costrette spesso a riorganizzarsi nel lavoro a distanza e nella cura dei figli a casa. Donne che a causa della crisi il lavoro lo hanno già perduto: su 35 mila posti di lavoro persi in un anno nelle Marche, 25 mila erano lavori svolti da donne (71,4%).

Donne alle prese con vecchie e nuove diseguaglianze ancora tutte da superare nel lavoro e nella società. Innanzitutto sul fronte della qualità del lavoro, costrette a misurarsi più degli uomini con la precarietà e soprattutto con lavori part time spesso involontario, tanto che nelle Marche solo una lavoratrice su tre ha un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato, mentre gli  uomini con un lavoro stabile e a tempo pieno sono i due terzi dei lavoratori.

Lavoratrici che ancora faticano a veder riconoscere e valorizzare le competenze che possono e vogliono esprimere sul lavoro e che ancora si misurano con le enormi difficoltà prima a trovare lavoro e poi nell’avanzamento di carriera, spesso segregate nelle mansioni e nei livelli più bassi.

Diseguaglianze che si traducono in divari retributivi inaccettabili che nelle Marche portano le lavoratrici a percepire 7.100 euro lordi annui meno degli uomini nel lavoro privato e 8.700 euro in quello pubblico.

Roma, 8 marzo 1972 – La polizia carica un gruppo di donne in una delle prime manifestinazioni del neonato movimento femminista italiano

Donne sulle quali pesa il carico maggiore del lavoro di cura, aggravato dalla chiusura delle scuole e dei servizi di assistenza a causa del virus, perché ancora si fatica ad affermare il valore del welfare e la cultura della condivisione delle responsabilità familiari e del lavoro di cura. Cosi ogni anno, quasi 900 lavoratrici lasciano il lavoro alla nascita di un figlio: una decisione a cui spesso sono costrette dalla mancanza di alternative, non potendo contare su un’adeguata rete di servizi per l’infanzia o perché l’asilo nido è troppo caro, mentre non possono contare neanche su una rete familiare di supporto, con nonne e nonni costretti ad andare in pensione troppo tardi nonostante una lunga vita di lavoro.

Inadeguato ai bisogni è il sistema di welfare a partire dall’assistenza per le persone non autosufficienti cosi come i servizi educativi per la prima infanzia tanto che solo un bambino su 4 può trovare posto all’asilo nido, senza contare il fatto che nelle Marche gli asili hanno costi  troppo alti per le famiglie, molto più alti della media nazionale.

E di fronte alle scuole di nuovo chiuse che costringono ancora alla sola didattica a distanza è urgente garantire i congedi parentali per alleviare le difficoltà delle famiglie.

Sono queste le priorità a cui si dovrebbero dare urgentemente risposte, anziché fare i conti con i rigurgiti di una arretrata cultura patriarcale che vorrebbe donne meste e sottomesse, prigioniere di ruoli scelti da altri.

Le donne vogliono lavoro, uguaglianza, diritti e libertà, compresa la libertà di scegliere se essere o non essere madri. Vogliono che le leggi dello Stato siano pienamente applicate, compresa la Legge 194, vogliono che sia data subito attuazione alle linee guida del Ministero per l’aborto farmacologico, vogliono ospedali che non siano ostaggi degli obiettori e risorse per consultori efficienti e diffusi nel territorio.

Come chiede anche l’Europa, le donne vogliono essere pienamente protagoniste del futuro, della ricostruzione e del rilancio del Paese, con il loro lavoro, la loro intelligenza, la loro energia, la loro forza. Per questo continueranno a lottare».

Buon 8 marzo a tutte!

Daniela Barbaresi

Segretaria Generale CGIL Marche

 

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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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