Ancona – Quanti gli immigrati in accoglienza nelle Marche?

Numeri in diminuzione ma aumenta il rischio degli irregolari. Giuseppe Santarelli: “Alcuni già lavorano ma non possono regolarizzarsi a causa di leggi assurde”

Ancona, 1 ottobre 2019 – Nelle Marche, sono 2.705 gli immigrati in accoglienza: due anni fa erano 5.300. Questa è la situazione dell’accoglienza nella regione al 30 settembre 2019 secondo i dati del Ministero dell’Interno.

Un capitolo a parte è quello relativo agli irregolari che sono aumentati dall’entrata in vigore del primo decreto sicurezza voluto da Salvini: si stima siano oltre 1.200 le persone cui è stata limitata la possibilità di avere la protezione umanitaria.

IMMIGRATI IN ACCOGLIENZA

Tra i 2.705 migranti in accoglienza, 1733, e cioè oltre il 64%, sono presenti nei Cas; 972 quelli distribuiti nei centri Sprar (ora Centri Siproimi), che non possono più accogliere per effetto del decreto Salvini i richiedenti asilo ma solo minori non accompagnati e altri casi speciali, previsti dalla normativa.

GLI IRREGOLARI

Osservando i numeri sulle presenze nelle Marche, si potrebbe pensare ad una generale diminuzione ma il vero problema sono, appunto, gli irregolari. «Siamo usciti da una fase di propaganda quotidiana – dichiara Giuseppe Santarelli, segretario regionale Cgil Marche – però c’è la realtà degli irregolari che va portata all’attenzione: si tratta di persone che dopo il decreto Salvini sono uscite forzatamente dai programmi di accoglienza, o non hanno più avuto l’opportunità di entrarci. Questo significa, oltre alla violazione dei diritti umani, anche l’esposizione a maggiori rischi perché, come è noto, più aumentano gli irregolari più ci sono i pericoli che vengano utilizzati dalla criminalità organizzata o che possano diventare manodopera nel lavoro nero».

Giuseppe Santarelli, segretario regionale Cgil Marche

SETTORI A RISCHIO

I settori più a rischio sono quelli dell’edilizia, dell’agricoltura e, naturalmente, la ricostruzione post sisma. Rilancia Santarelli: «Va reintrodotta la protezione per motivi umanitari e vanno riaperti con urgenza i canali per la regolarizzazione delle tante persone presenti in Italia; persone che, molto spesso, come nel caso del lavoro di cura per gli anziani, già lavorano ma non possono regolarizzarsi a causa di leggi assurde».

 

redazionale


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Pane Burro & Marmellata

Una striscia quotidiana di riflessione

di Paolo Fileni

Scarpe e panchine rosse per colpa di anime nere

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne


Camerano, 25 novembre 2021 – Si celebra oggi, in tutto il mondo civile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, data simbolo scelta perché in questo giorno del 1960 a Santo Domingo tre sorelle – Patria, Minerva, Maria Teresa Mirabal – vennero uccise e gettate in un burrone dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo. Data ripresa il 25 novembre 1981 quando si organizzò il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche, e da quel giorno divenne data simbolo. Istituzionalizzata definitivamente dall’Onu nel 1999.

Sono dunque quarant’anni esatti che il mondo, prendendo a simbolo una data, ha ufficializzato e condannato la brutalità dell’uomo, del maschio, nei confronti delle donne. Una violenza fatta di soprusi, ricatti continui, botte spesso sfociate in delitti, che per la verità esiste da sempre ad ogni latitudine e si perde nella notte dei tempi.

Nel mondo la violenza contro le donne interessa una donna su tre.

In Italia i dati ISTAT mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner.

In Italia, circa ogni tre giorni una donna viene uccisa in quello che viene definito il fenomeno dei femmicidi. Secondo il Rapporto Istat 2018 sulle vittime di omicidi pubblicato dal Ministero degli Interni, il 54,9% degli omicidi di donne sono commessi da un partner o ex partner, il 24,8% da parenti, nell’1,5% dei casi da un’altra persona che la vittima conosceva (amici, colleghi, ecc.)

Oggi in tutta Italia, ogni Comune, Provincia, Regione, Associazione di categoria, denuncia il fenomeno dei femminicidi e dice no alla violenza sulle donne. Lo fa con eventi ed iniziative d’ogni sorta tutte accomunate dal colore rosso: facciate dei palazzi e monumenti illuminati di rosso, panchine colorate di rosso, scarpe rosse abbandonate sul selciato delle piazze. Un simbolo, quello delle scarpe rosse, ideato nel 2009 dall’artista messicana Elina Chauvet con l’opera Zapatos Rojas. Installazione apparsa per la prima volta davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne rapite, stuprate e uccise a Ciudad Juarez.

Questo colore rosso riporta alla mente il colore del sangue versato dalle tante donne vittime di femminicidio, contrapposto al nero dell’anima dei loro stupratori, violentatori e assassini. L’anima nera di quei maschi mai cresciuti che considerano la donna una loro proprietà esclusiva, al punto da arrivare ad uccidere la propria compagna o ex, quando si rendono conto d’averla persa definitivamente. La proprietà, ovviamente, mica la donna, che è soltanto colpevole di avergli detto o dimostrato che lei non è proprietà di nessuno se non di se stessa.

Domani, spento il colore rosso, resterà il nero di quelle anime perse e una statistica da aggiornare. Si lavorerà per aiutare quelle donne e quei figli scampati alla violenza ma, soprattutto, si dovrà trovare il modo per insegnare agli stalker che una donna non è un oggetto, che una storia d’amore può finire, che un femminicidio non può affermare una supremazia che non è mai esistita se non nella loro testa. E bisogna trovarlo, quel modo, prima che la perdano del tutto la testa.

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